Istruttive sono le considerazioni di Alberto Moravia sulla genesi de “Gli indifferenti”. Il romanzo fu iniziato nell’ottobre del 1925 e finito nel marzo del 1928. Prima di quest’opera (che lo rese celebre) aveva scritto “parecchio”: tuttavia mai aveva avuto la certezza di “incontrare sé stesso” sotto la penna. “Avevo composto – ricorda – molte poesie, novelle e persino un paio di romanzi. Si trattava nella grande maggioranza di imitazioni da questo o quest’altro autore di cui via via mi infatuavo”.
Con “Gli indifferenti”, parve a Moravia, per la prima volta, di mettere i piedi su un terreno solido. “Dalla buona volontà – afferma – sentii ad un tratto che passavo alla spontaneità. Auguro a tutti coloro che hanno l’ambizione di scrivere, di avvertire una volta nella vita questo passaggio così importante. E’ il passaggio dalla letteratura, disperante mestiere, all’espressione letteraria come mezzo di conoscenza. Non dico – precisa – che questo passaggio comporti necessariamente la creazione di opere di poesia, ma almeno si esce dal limbo della volontà vuota e dalle parole senz’animo”.
L’autore confessa che, da principio, non aveva un piano preciso riguardo al significato e ai fini dell’opera che intendeva scrivere. Tuttavia, proseguendo nel suo intento – pur in un contesto così nebuloso – Moravia, altra primizia, prese gusto a scrivere. Fino ad allora, non aveva che faticato. Gli parve, all’improvviso, di trovare il bandolo della matassa. “Tirai – rammenta – e quasi con stupore vidi che la matassa si svolgeva”.
Da tempo Moravia inseguiva l’idea di un romanzo “con pochi personaggi, con pochissimi luoghi, con un’azione svolta in poco tempo”. Un romanzo in cui non ci fossero che il dialogo e gli sfondi, e nel quale tutti i commenti, le analisi e gli interventi dell’autore fossero accuratamente aboliti in una perfetta oggettività. Quando il libro uscì, la critica lo interpretò, quasi all’unanimità, come un’opera apertamente rivolta contro la borghesia. Questa tesi viene fieramente confutata da Moravia. “Non mi pare possibile scrivere un romanzo contro qualche cosa – dichiara -. L’arte è interiorità, non esteriorità. Ho scritto ‘Gli indifferenti’ perché stavo dentro la borghesia, non fuori. Che poi il romanzo sia risultato un libro antiborghese, questa è tutta un’altra faccenda. La colpa o il merito è soprattutto della borghesia, specie quella italiana, in cui ben poco o nulla è suscettibile di ispirare non dico ammirazione, ma neppure la più lontana simpatia”.
Curioso è l’aspetto legato alla punteggiatura, in merito alla quale – fu subito notato – il libro lasciava molto a desiderare. “Ciò dipende dal fatto – spiega l’autore – che mentre scrivevo non usavo alcuna punteggiatura, limitandomi a separare un periodo dall’altro con una piccola linea o uno spazio bianco”. Sebbene Moravia scrivesse in prosa, ogni frase s’imponeva con la proprietà ritmica e solitaria di un verso. “A composizione finita – afferma – distribuii un po’ a caso la punteggiatura, ma molti luoghi il periodo era così fatto che nessuna punteggiatura ragionevole mi fu possibile”. E lo scrittore, quindi, chiosa: “Ora mi accorgo troppo tardi che forse non avrei dovuto mettere alcuna punteggiatura e presentare il libro così come mi era venuto di scriverlo”.
