Vita e arte, due poli che si attraggono e si respingono, nel segno di un’unica entità che riconosce nel doppio la propria ragion d’essere. Nel romanzo “Il ritratto di Dorian Gray” (1890) Oscar Wilde redige una sorta di testamento spirituale, in cui la duplice dimensione morale ed estetica viene ad integrarsi: non c’è interferenza, né sovrapposizione. L’universo narrativo forgiato dallo scrittore poggia infatti sulla consapevolezza che vita e arte non possono fare a meno l’una dell’altra. Di conseguenza anche il più banale gesto quotidiano si specchia in un frammento di arte che lo legittima e lo sublima. Tuttavia il problema sorge quando il gesto quotidiano consiste in misfatti e turpitudini che si pensa possano essere giustificati e mistificati dalla dimensione estetica. Il calcolo è errato.
Dorian Gray, di una bellezza eterea e dai modi sofisticati, pagherà un conto salatissimo, anzi letale. Il doppio, che ci si illudeva potesse inglobare, assolvendole, le cattive azioni, alla fine tradisce il protagonista. Verrà trovato cadavere, dopo che la porta della sua stanza sarà stata forzata dai suoi servi, i quali scorgeranno su una delle pareti “uno splendido ritratto” del loro padrone, “così come l’avevano visto l’ultima volta in tutto l’incanto di quella squisita e giovane bellezza”. Sul pavimento giaceva un uomo, in abito da sera, con un coltello piantato nel cuore. Era avvizzito, coperto di rughe, con “un volto ripugnante”. Fu solo dopo aver guardato gli anelli che “riconobbero chi era”.
Dorian Gray, alla ricerca dell’immortalità, stabilisce, alla maniera di Faust, un patto con il diavolo, o meglio, con la sua stessa anima. Essa si sporcherà di peccati nefandi: a dispetto di questa perversione, il suo aspetto non ne risentirà. Al contrario, si conserverà giovane e fresco. Ma nell’esprimere il suo irrefrenabile desiderio di eterna giovinezza, Dorian sancisce la sua maledizione. Farà del male, a tutti e a sé stesso. Ucciderà, gli altri e alla fine sé stesso. Tuttavia a segnalare che il doppio, lungo questo morboso processo, comincia a sfaldarsi interviene il ritratto che è stato fatto a Dorian. Esso assume gradualmente tratti propri e sviluppa la tendenza a diventare specchio non del volto, bellissimo, del protagonista, ma della sua anima, bruttissima. Quando se ne accorge, Dorian getterà sul ritratto un drappo nero per “non vedere” la sua anima. La cifra narcisistica si configura così come un tormento che gli lacera il cuore. Prima era innamorato della sua immagine, adesso il suo doppio è diventato il suo peggior nemico, perché si è erto a “emblema visibile della sua coscienza”. Come sottolinea Oscar Wilde, “non c’è peccato che non si manifesti sul volto di un uomo”.
Il giovane, sentendo che con il ritratto, e quindi con la sua anima, sta ingaggiando una lotta impari, decide di “ucciderlo”. Eliminato il doppio, pensa Dorian, la logorante battaglia sarà vinta. Ma il doppio non può essere cancellato: squarciando il ritratto, il protagonista trafigge sé stesso, e così facendo diventa l’incarnazione del principio che non si possono sfidare, spavaldamente e impunemente, le leggi della vita: e il senso della colpa porterà alla distruzione dell’io.
A commento del romanzo, Oscar Wilde dichiarò: “In Dorian Gray ogni uomo vede i propri peccati. Quali che siano i peccati di Dorian Gray nessuno lo sa. Li ha commessi colui che li trova”. In questa affermazione, in cui si esprime la caratteristica fascinosa elusività dello scrittore, si insinua il germe del doppio, capace di minare e di corrodere l’identità dell’individuo, che subisce la tentazione appunto di “sdoppiarsi” con il fine di conquistare, esplorando opzioni inedite, una posizione più salda e ferma nel mondo. Ma è un tentativo votato allo scacco, come testimonia Dorian Gray, vittima e carnefice di sé stesso. Replica mondana di un artista efebo, il protagonista finirà per disegnare sulla tela del dipinto l’effigie stessa della sua tragica fine.
