E’ molto più serio di quanto sembri. Nel libro “Ragguagli di Parnaso” il critico Pietro Pancrazi, tracciando il profilo di Aldo Palazzeschi (tra i principali esponenti delle avanguardie letterarie italiane del primo Novecento), sottolinea che la sua estetica e la sua morale potrebbero essere riassunte, di primo acchito, nell’espressione – lapidaria e frizzante – “Lasciatemi divertire!”, non a caso il titolo della più caratteristica delle sue poesie. Tuttavia, alla luce di un esame più approfondito della sua opera, quello di Palazzeschi risulta essere “un divertimento non facile e gravido di rischi”.
La compagnia dei futuristi, cui prese parte, non doveva ingannare nessuno sul suo conto. “I futuristi – afferma Pancrazi – improvvisavano a orecchio immagini e buffonate, per lo più sullo sfondo di una totale inconsistenza spirituale. Fuori di intimità e di dramma, questi scrittori erano arrivati alla nuova dottrina dalla poesia parnassiana o dal giornalismo”. A guardarlo a distanza, Palazzeschi aveva qualcosa di comune con loro, condividendone “quell’aria da disutile, da svagato, da ozioso”. E anche lui era disposto alle avventure più pazze, “trascinando l’ironia fino alla stupidità”.
Osservandolo meglio, però, era agevole accorgersi che in lui le pazzie e le ironie erano “cose serie”. Nascevano e affioravano, con tenui ricami di parole e di colori, da uno spirito e da una coscienza avvertita: pazzie e ironie che “si erano esercitate e consumate su sé stesse, sottilmente, lentamente ma senza pietà”.
I suoi sono giochi barocchi di vecchie dame o di cavalieri silenziosi in “giardini impossibili”; di lazzi di una scimmia e dello stillicidio di “una povera fontana malata”. Oppure sono soltanto due battute di dialogo colte dalla strada e sospese nell’aria di un garbato sarcasmo così recondito e sottinteso da nascondere il vuoto. A volte la scrittura di Palazzeschi si riduce ad un puro virtuosismo di suono. Egli riesce a suggerire al lettore un’immagine “senza disegnarla logicamente sotto i suoi occhi”, ipnotizzandolo con la studiata ripetizione di un nome proprio, di un avverbio, magari soltanto di una consonante. In questa prospettiva si colgono le delicate sfumature della musicalità di Mallarmé e gli stridori improvvisi del funambolismo di Max Jacob e di Apollinaire.
Ma non è tutto riso. O meglio, è un riso permeato di un pensiero che sublima la facezia in un atto responsabile di lucida analisi dell’uomo e del mondo. Lo sberleffo, allora, si tinge di malinconia, e la smorfia da comica e beffarda si fa dolorosa e cupa. Di conseguenza, le sue ironie nascono sull’orlo estremo del precipizio, recando con sé una sorta di grazia tragica. E all’ombra della fioritura di arguti intrecci semantici, il sorriso del poeta tradisce e conserva una piega di mestizia languida, talora anche inerte.
