Per Paul Auster scrivere non era un atto di libera scelta, ma “una questione di sopravvivenza”. Nel saggio intitolato “L’arte della fama” lo scrittore statunitense sottolinea il legame “viscerale” tra lui e la letteratura, che congloba e, al contempo, trascende la passione per una professione in cui egli riconosceva la propria identità e la propria missione. Sempre ne “L’arte della fame” Auster illustra le influenze assorbite dalla sua opera narrativa. Tra queste influenze spiccano le fiabe, in particolare la tradizione orale del racconto. Sono stati i Fratelli Grimm, “Le mille e una notte” ad incidere, con effetti benefici, sul suo modo di scrivere. Egli apprezzava questo genere perché contempla narrazioni “spoglie, scarne, prive di dettagli” ma capaci, nello stesso tempo, di contenere “enormi quantità di informazioni” trasmesse “in uno spazio molo breve” e “con pochissime parole”.
Il testo delle fiabe, secondo Auster, costituisce “un trampolino di lancio per l’immaginazione”. Prova ne sia che quando si legge che “c’era una volta una ragazza che viveva con la madre in una casa ai margini del bosco” il lettore non sa come possa essere questa ragazza, a chi possa assomigliare. Non è dato sapere se è alta o bassa, se è grassa o magra. A fronte di ciò, osserva lo scrittore, la mente non permetterà che tali questioni restino “senza risposta”. Di conseguenza sarà la mente stessa a provvedere affinché il vuoto sia riempito di dettagli funzionali all’economia del racconto, sulla base delle proprie memorie e delle proprie esperienze. In questo scenario, fluido e stimolante, l’ascoltatore diventa “attivamente partecipe della storia”. E se la mente è quella di uno scrittore alla ricerca di spunti e motivazioni, la fiaba viene a configurarsi come un terreno eccezionalmente fertile per la creazione di opere eccellenti ed opere di genio.
Come ogni grande scrittore, Paul Auster ha diviso la critica. C’è chi l’ha biasimato, c’è chi l’ha elogiato. In un articolo pubblicato nel 2009 sul “New Yorker”, il critico letterario James Wood lamentava il fatto che Auster dà vita ad un “falso realismo”, sulla base di un “superficiale scetticismo”. Auster, rilevava Wood, è un narratore “avvincente”, ma le sue storie sono “affermazioni” piuttosto che “persuasioni”. Esse “dichiarano sé stesse e inseguono la rivelazione successiva”. E poiché “nulla è assemblato con persuasione, l’inevitabile smontaggio postmoderno ci lascia in gran parte indifferenti”.
Dal canto suo, Morris Berman, storico culturale e critico sociale, celebrava, in un intervento del 2012, l’alto valore dell’opere letteraria di Auster. Ad essa riconosceva il merito di denunciare “l’incoerenza” della società americana, la quale è alla strenua ricerca di un’identità che – nel segno di uno spiazzante gioco di specchi – sempre si sottrae ad una definizione categorica e definitiva. Il caso e le coincidenze – che svolgono un ruolo nevralgico nella narrativa di Auster – non devono comunque rappresentare un alibi per il popolo americano (il principale destinatario dei suoi romanzi), e quindi un pretesto per sottrarsi a doveri e ad oneri. La vita è imprevedibile, ma l’uomo è chiamato sempre a lasciare, con senso di responsabilità e con indomito coraggio, le sue “impronte digitali” anche sull’imponderabile più sgusciante. Pure in questo caso, si tratta di una questione di sopravvivenza.
