Da principio non furono i libri mai i film americani ad esercitare su Cesare Pavese una forte influenza. Non aveva ancora diciassette anni quando restò folgorato dai drammi e dalle commedie girate in quel continente lontano. Fu sufficiente qualche capolavoro (firmato da John Ford, da Frank Capra, da Alfred Hitchcock) perché nell’animo del giovane aspirante scrittore si sviluppasse una passione “americanista” destinata a lasciare un’impronta profonda nella sua opera. Del resto la figura di Pavese traduttore dei più importanti romanzi scritti da autori statunitensi costituisce ancora oggi un saldo riferimento per il patrimonio culturale italiano.
All’epoca, la scelta del giovane Cesare di privilegiare la letteratura d’oltreoceano fu giudicata incauta e poco lungimirante. Si arrivò a definirla “eversiva”. A formulare tale valutazione era un’Italia accademica, tenacemente arroccata sul primato nazionalistico e ostinata nel decantare solo i pregi della civiltà latina. Ma a quella prospettiva eurocentrica Pavese volle dare una spallata, puntando a sottrarsi alle polverose logiche che si nutrivano di uno sterile compiacimento patriottico, non certo funzionale al progresso delle lettere. Il suo obiettivo era di aprire gli occhi agli intellettuali, orientandone lo sguardo oltre confine, per far loro apprezzare quanto di buono era stato prodotto, e si veniva producendo, sul versante culturale nella lontana America.
Quella di Pavese si configurò come una battaglia di principi e di idee. Una battaglia che, comunque, non si trovò a combattere da solo. Potè infatti contare su preziosi alleati, tra cui Giuseppe Antonio Borghese che, con l’”Atlante americano” (1936), aveva cominciato a inoculare il germe del dubbio tra le fila degli intellettuali: ma non è che anche negli Stati Uniti operano scrittori degni di lode? E’ questo punto interrogativo che Pavese, anzitutto con le tradizioni, s’impegnò a trasformare in punto esclamativo. Lo scrittore, in sostanza, mirava a forgiare un’affermazione assertiva diretta a rendere giustizia ad autori che meritavano di uscire dai confini americani.
Pavese nutriva una vera passione per Walt Whitman e per il suo capolavoro “Foglie d’erba”. Una passione che si tradusse in una tesi di laurea molto apprezzata dalla commissione esaminatrice. Quella tesi rappresentò il primo passo lungo il cammino verso una conoscenza sempre più approfondita della letteratura americana. In Whitman il giovane Cesare vedeva espressi quei due valori che avrebbero poi caratterizzato il suo lavoro di scrittore: amore di libertà e senso di giustizia. Successivamente l’interesse di Pavese, quando si trovò a confronto con il “sogno americano”, si spostò su altri autori, fra i quali Francis Scott Fitzgerald. La lettura de “Il grande Gatsby” provocò nello scrittore una progressiva identificazione con il personaggio: la segreta speranza che anima il protagonista, fiducioso che il passato possa ripetersi e che tutto – compresa l’amata Daisy – venga riportato a come era un tempo, richiama infatti la speranza che spinge al ritorno i tanti esuli presenti nelle opere di Pavese.
