Quando leggeva e studiava la letteratura americana Cesare Pavese cercava in essa qualcosa di più che libri, romanzi e poesia. Andava alla ricerca dei “segni di una realtà possibile” – come rileva il professore e critico Pino Fasano – che fosse attuale nel mondo a lui contemporaneo. Questa realtà doveva essere caratterizzata, negli auspici dello scrittore, dalla libertà e dalla vitalità, così da configurarsi come un’alternativa alla situazione italiana negli anni del fascismo. E’ molto indicativo, a tale proposito, l’articolo che Pavese scrisse nel 1947 sull’”Unità”.
Nel rievocare “la scoperta dell’America” della letteratura americana fatta da una parte della sua generazione, afferma: “Verso il 1930, quando il fascismo cominciava ad essere ‘la speranza del mondo’, accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei suoi libri l’America, un’America pensosa e barbarica, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente”. Per qualche anno questi giovani “lessero, tradussero e scrissero” con una gioia di scoperta e di rivolta che “indignò” la cultura ufficiale, ma il suo successo fu tale da costringere il regime a tollerare “per salvare la faccia”.
Nel ribadire che le autorità costituite avevano sopportato questa nuova, montante tendenza “a denti stretti”, Pavese rileva al contempo che il regime continuava a “stare sulla breccia”, pronto ad approfittare di un passo falso “per pigliarci sul fatto e menare la botta”. Il regime “qualche botta” la diede, “ma senza concludere”, osserva lo scrittore.
Nell’articolo si evidenzia che “il furore di rivolta e di sincerità” che anche “i più sventati” sentivano pulsare in quelle pagine tradotte, riuscirono “irresistibili” ad un pubblico “non ancora intontito dal conformismo e dall’accademia”. Almeno nel campo della moda e del gusto “la nuova mania – scrive Pavese – giovò non poco a perpetuare l’opposizione politica, sia pure generica e futile, del pubblico italiano ‘che leggeva’. Per molta gente l’incontro con Caldwell, Steinbeck, Saroyan, e perfino con il vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci”.
Rileva acutamente Fasano che i saggi di Pavese sui narratori americani contemporanei, pur sforzandosi di dare un’informazione esauriente sulla produzione di ciascun autore, mostrano la ricerca di qualcosa che ha poco a che fare con il distacco storico e critico: ovvero, si tratta della ricerca di un modello esistenziale, non di un modello letterario. Eloquente, al riguardo, è la recensione di “Arrowsmith” di Lewis, un romanzo non di pregevole qualità. Pavese ammette che “ad una lettura accademica” esso risulta essere un romanzo “malfatto, tirato giù privo di costruzione”, ma, sottolinea con forza, è anche “uno di quei romanzi malfatti che si leggono d’un fiato e a cui si ritorna a pensare avidamente per l’abbondanza pletorica di vita che li informa”.
