La scelta di un linguaggio non realistico, severamente selezionato, che Petrarca adottò nel “Canzoniere”, si rivela di decisiva importanza per il futuro della letteratura italiana. Così depurato e staccato dalla realtà, esso infatti costituirà una sorta di lingua a parte e consentirà l’affermazione di una tradizione lirica ben coesa, anche indipendentemente dall’effettiva unità politica, sociale e linguistica del Paese. In tal senso, il “Canzoniere” rappresenterà una risorsa feconda, ma anche uno stretto vincolo per i poeti a venire, per lo meno fino a Leopardi.
Conducendo a perfezione una poesia introspettiva, impenetrabile dalle contingenze della vita, Petrarca inaugura la tradizione eminentemente lirica della letteratura italiana. Al cospetto di questo assunto, la poesia, esemplata sulla dimensione petrarchesca, rinunciò alla ricchezza della rappresentazione del mondo per scegliere il canto di pochi temi fondamentali. “La lirica italiana vivrà così in un limbo, esiliata nell’autosufficienza della propria armonia” afferma Mario Luzi.
Accettando i dettami e i moduli petrarcheschi, la letteratura del bel Paese si trovò a compiere “capitali e definitive” rinunce, sottolinea il poeta e critico letterario. Esse, almeno a prima vista, intensificano la purezza dello spirito, il quale “non riconosce più altro oggetto che la propria solitudine e il proprio sistema circolare e chiuso”. La poesia di Petrarca si sviluppa, infatti, su sé stessa per filiazione, “come si conviene ad uno spirito così conchiuso e concentrico, isolato nel suo limbo”. Questa prospettiva determinò per la poesia italiana la necessità di un contegno di estrema eleganza: di conseguenza la materia, oggettiva e cruda – una volta filtrata dall’operazione intima di Petrarca – viene come ostracizzata da un gusto prestabilito.
“Dopo Petrarca – afferma Luzi – la poesia è stata privata dell’orgoglio della scoperta, come pure dell’ebbrezza derivante dai contatti più freschi e magari più bruschi dell’anima con le circostanze della storia. Questa avventura della scoperta è stata abolita ed elisa dalla trasposizione lirica petrarchesca. Al poeta, semmai, rimane da sperimentare un’avventura minore, che investa i sensi”. Luzi quindi invita a pensare “solo per un momento” – nell’ottica di un plateale contrasto – alle infinite possibilità di modi poetici aperte da Dante che, a poca distanza di tempo, vengono “rinchiuse e suggellate” da Petrarca in un unico registro. Con il poeta di Arezzo “la musica del verso diventa uniforme” e finisce per appartenere solo allo spirito, gelosamente ripiegato in un suo esclusivo ritmo che i fenomeni della vita – pur nella loro sbrigliata e complessa varietà – non possono turbare.
