C’è un giorno della settimana, ne “Alla ricerca del tempo perduto”, che riveste un ruolo speciale sia il giovane Proust sia per l’intero ed esteso parentado: questo giorno è il sabato. In tale scorcio di memoria campeggia la figura della zia Léonie, il cui “tran tran quotidiano non subiva mai alcuna variazione”, al di fuori di avvenimenti eccezionali, per i quali lo scrittore non intende – tiene egli a precisare con acuta ironia – quelli che “ripetendosi sempre identici a intervalli regolari alla fine introducono in seno all’uniformità solo una sorta di uniformità secondaria”.
Siccome ogni sabato pomeriggio, rammenta Proust, la domestica Francoise andava al mercato di Roussainville-le-Pin, il pranzo era per tutti un’ora prima. E la zia aveva preso così bene l’abitudine di questa deroga settimanale alle sue ben collaudate e solide consuetudini, che teneva ad essa come alle altre. Vi aveva fatto così bene “la mano”, come diceva Francoise, che se le fosse capitato, un sabato, di aspettare l’ora normale del pranzo, “la cosa l’avrebbe altrettanto disturbata che se avesse dovuto, un qualsiasi altro giorno, anticipare il pranzo all’ora del sabato”.
Questo anticipo del pranzo, del resto, conferiva al sabato, per tutti i familiari di Proust, “una fisionomia particolare, indulgente e piuttosto simpatica”. Nel momento i cui, di solito, si ha ancora un’ora da vivere prima della pausa del pasto, si sapeva che, nel giro di pochi secondi, Proust e famiglia avrebbero visto arrivare l’indivia precoce, un’omelette speciale, una bistecca immeritata. Il ritorno di quel sabato “asimmetrico” era uno di quei “piccoli avvenimenti interni, locali, quasi civici, che – nelle vite tranquille e nelle società chiuse – creano una sorta di legame nazionale e diventano il tema preferito delle conversazioni, delle battute, dei racconti esagerati a piacere”. Chiosa, in merito, Proust: “sarebbe stato il nucleo bell’e pronto per un ciclo di leggende, se uno di noi avesse avuto la vocazione epica”.
Fin dal mattino, prima di vestirsi, senza ragione, per io piacere di sentire la forza della solidarietà, Proust e i familiari si dicevano l’un l’altro con allegria, con cordialità, con patriottismo: “Non c’è tempo da perdere, ricordiamoci che è sabato!”. Nel frattempo la zia, parlando con Francoise e pensando che la giornata sarebbe stata più lungo del solito, esortava: “Se faceste loro un bel pezzo di vitello, visto che è sabato”. Se alle dieci e mezzo qualcuno, distratto, tirava fuori l’orologio dicendo: “Su ancora un’ora e mezzo prima del pranzo”, ognuno era felice di potergli rispondere: “Ma via, dove avete la testa, dimenticate che è sabato”. Allora se ne rideva ancora un quarto d’ora dopo e ci si riprometteva di salire a raccontare quella dimenticanza alla zia, per divertirla.
Il volto stesso del cielo sembrava mutato. Dopo pranzo, il sole, “consapevole del fatto che era sabato”, si gingillava un’ora di più nell’alto del cielo, e se qualcuno, pensando che si fosse in ritardo per la passeggiata, diceva: “Come, sono le due?” nel sentire i due rintocchi del campanile di Saint-Hilaire, tutti gli rispondevano in coro: “Ma quel che vi inganna è che abbiamo pranzato un’ora prima, sapete bene che è sabato!”.
La sorpresa di un barbaro (così il parentado di Proust chiamava tutti quelli che ignoravano ciò che il sabato aveva di particolare) il quale, venuto alle undici per parlare con mio padre, “ci aveva trovati a tavola”, era una delle cose che più avevano rallegrato Francoise in tutta la sua vita. Ma se trovava divertente che il visitatore sconcertato non sapeva che il sabato si mangiava prima, trovava più comico ancora (pur simpatizzando in fondo al cuore con quel rigido sciovinismo) che il padre di Proust non avesse avuto l’idea che quel barbaro potesse ignorarlo, e se avesse risposto senz’altra spiegazione al suo stupore di vederci in sala da pranzo: “Ma via è sabato!”. A questo punto, Francoise si asciugava lacrime di ilarità e, per accrescere il piacere che provava, dava un seguito al dialogo, inventava la risposta del visitatore al quale “quel sabato non spiegava nulla”.
