L’infanzia travagliata di Proust si specchia nella finzione del suo capolavoro, “Alla ricerca del tempo perduto”. Una finzione solo formale, tanto essa è gravida di realtà, nonché di ricordi. Il recupero memoriale, che muove dalla città di Combray e dalla sua stanza dove ogni sera attendeva, con ardente desiderio, il bacio della buonanotte da parte della madre, investe anche l’urgenza del riscatto da un’esistenza grigia e banale. Ma dove attingere la linfa di quel riscatto? Semplicemente da una tazza di tè. L’importante è immergervi le “petites madeleines”, dolci che Proust definisce “corti e paffuti”. “Quando il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato – rammenta -, trasalii subito, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me”. Di colpo allo scrittore, pur gravato da una sensibilità acutissima, erano diventati “indifferenti” le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità. Proust aveva allora smesso di sentirsi “mediocre, contingente, mortale”. Da dove aveva potuto giungergli una gioia così potente? Dalla sublimazione di un ricordo, dall’afflato di un sapore, ineffabile per eccellenza. “Tutti i fiori del nostro giardino – scrive -, quelli del parco di monsieur Swann, e le ninfee della Vivonne, e la brava gente di campagna e le loro casette, la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto questo che sta prendendo forma e consistenza è venuto fuori, città e giardini, dalla mia tazza di tè”. Su una “gocciolina” di tè, quasi impalpabile, è possibile dunque costruire “l’edificio immenso della memoria”. E tale edificio, dichiara Proust con orgogliosa fierezza, mai vacillerà.
