Scrivendo al poeta e disegnatore Jean Cocteau riguardo alla “Ricerca del tempo perduto”, Marcel Proust dichiarava: “Il mio libro è come un dipinto”. Appassionato di pittura, alla stregua di Baudelaire mirava a tradurre in parole i colori, nonché le vibrazioni e i riverberi, sul piano lessicale, da esse derivanti. Un’impresa ambiziosa, che spiega la sua assidua frequentazione delle sale del Louvre. “Non passa giorno in cui io non vada al museo per imparare a scrivere contemplando i capolavori dell’arte” annotava nel suo diario. Attraverso i suoi personaggi, Proust si propone anche come critico d’arte.
A madame Verdurin fa dire che la “Ronda di notte” di Rembrandt rappresenta “il supremo capolavoro dell’universo”. Egli si inchinava davanti ai quadri di Tiziano e di Rubens, e amava ricordare che da giovane aveva vergato poesie in onore di van Dyck e di Watteau. Sempre nel suo diario, rilevava che “andare al Louvre per vedere una tela di Tiziano mi consola dal non potermi recare a Venezia”. Tentò poi, riferiscono le fonti dell’epoca, di acquistare e di far pervenire nella sua abitazione “Il patriarca di Grado” di Carpaccio: operazione troppo costosa per poterla realizzare. Questo quadro, come scrive nel suo capolavoro, aveva destato in lui “un sentimento inquieto, di desiderio e di malinconia”.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si registrò un fitto scambio di idee e di progetti fra scrittori e pittori. La battaglia per la conquista della libertà espressiva condotta da numerosi artisti esercitava una sensibile influenza su poeti e romanzier. Dichiarava Henry James che l’obiettivo dello scrittore è trovare, per il bene del suo mestiere, il segreto dell’arte pittorica. “Di conseguenza – esortava – lo scrittore deve attingere dalla stessa fontana dove ha appena bevuto il pittore”.
