Nel 1978, al Collegio di Francia di Parigi, l’eminente saggista e semiologo Roland Barthes tenne una serie di lezioni dal titolo “Preparazione al romanzo”. Quale romanzo? Quello che da tempo si stava preparando a scrivere: in realtà, non lo cominciò mai. Il 25 febbraio 1980, Barthes fu investito da un furgone mentre attraversava la strada, dopo un pranzo con il futuro presidente della Repubblica Francois Mitterand. Morì un mese dopo, il 26 marzo.
Una sorta di paradosso insegue e caratterizza la figura di Barthes. Innumerevoli, e illuminanti, sono i suoi saggi dedicati ad altrettanti innumerevoli romanzi. Era dunque lecito attendersi, prima o poi, un romanzo a sua firma. A scoraggiarlo dall’impresa, a sua dire, fu la crescente delusione nei riguardi dei grandi romanzi, o presunti tali, dell’Ottocento. Se avesse scritto un romanzo, si chiedeva, avrebbe annoiato il lettore, come lui non di rado si annoiava nel leggere (e recensire) quelli altrui?
Sfatando miti conclamati e consolidati, usava ripetere: “Qualcuno ha mai letto Proust, Balzac, ‘Guerra e pace’ parola per parola, ovvero come si deve leggere un libro degno di questo nome?” Di fronte a tomi dall’aria maestosa, e minacciosa, il lettore tende ad “omettere”, a “saltare” frasi, o interi capitoli, perché opere supinamente “spacciate per capolavori” finiscono per risultare – sia al giudizio dei critici più avveduti, sia al giudizio del lettore comune, per dirla con Virginia Woolf – “pesanti, tediosi, addirittura indigesti”.
E dunque Barthes decise di tirarsi fuori, in merito alla scrittura di un romanzo nel senso classico del termine, dall’agone letterario. Una scelta che, in qualche modo, sembra echeggiare una penetrante dichiarazione di Jorge Luis Borges: “Gli altri siano orgogliosi delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto”. Non necessariamente, parola per parola.
