Napoleone storceva il naso quando, in sua presenza, qualcuno osava celebrare i meriti di Friedrich Schiller: pensava, infatti, che fosse sopravvalutato da critica e pubblico. Ma il poeta e drammaturgo tedesco aveva ragione di “consolarsi” potendo contare sul coro di illustri estimatori che, al contrario, ne tessevano gli elogi. In questo coro spicca la voce di M.me de Stael, che conobbe Schiller a Weimar nel 1803. La baronessa aveva incontrato anche Goethe, cui – sofferta scelta – preferiva Schiller. Di lui, nell’opera “De l’Alemagne” (1810), ella scrive: “Non esiste professione più bella di quella dello scrittore, se la si concepisce come fa Schiller. La sua vita fu ammirevole quanto il suo talento, la coscienza fu la sua musa. Nessun riguardo per il successo, la moda. I pregiudizi avrebbero potuto indurlo a cambiare qualcosa nei suoi scritti. Perché egli viveva nelle sue opere ed esse contenevano la sua anima”. Fu questo giudizio ad avvicinare il giovane Thomas Carlyle a Schiller. Lo storico e saggista scozzese, in linea con l’elogiativa valutazione della baronessa, scriveva: “Le azioni di Schiller erano innocenti quanti i suoi scritti erano puri”. Già Wordsworth e Coleridge, i due grandi poeti della prima generazione romantica, erano rimasti profondamente colpiti da “I masnadieri” (1781), dramma che segnò l’esordio di Schiller nel panorama teatrale europeo e che riscosse un successo clamoroso: si racconta che durante la rappresentazione alcune signore svennero per l’emozione suscitata dall’opera. A dispetto di Napoleone, fu potente l’influenza esercitata in Francia dall’opera di Schiller. Un’influenza che si manifesta con evidenza nell’opera di Victor Hugo: l’”Ernani” e “Les Burgraves” hanno per modello “I masnadieri”. L’eco di Schiller viene colta in Italia anzitutto da Giuseppe Mazzini, che del poeta elogiava, in particolare, l’impegno volto all’”educazione estetica dell’umanità”. Al coro si aggiunse anche Dostoevskij, il quale dichiarò che “Schiller era riuscito ad entrare nelle pieghe più profonde dell’anima russa, improntando, anzi condizionando, tutto un periodo del nostro sviluppo”. Fuori dal coro, invece, oltre a Napoleone, si collocò Nietzsche, che definì Schiller “un trombettiere della morale”, smontando l’ideale classico del cittadino tedesco promosso dal drammaturgo e biasimando il suo desiderio di “una normalità scintillante ma priva di ossatura”: una normalità che finisce per svaporare in “un idealismo molle e bonario”.
