Si articola in poco più di millesettecento versi “La commedia degli errori” (1589-1594) di William Shakespeare. Eppure, in un arco compositivo così breve si sviluppa uno spumeggiante intreccio basato sul concetto di doppio. Ma lo scrittore non si accontenta di un solo doppio, come aveva fatto Plauto nei “Menaechmi”. Investe in modo massiccio su questa dimensione al punto da creare vari doppi, innescando così un gioco di specchi e di metamorfosi dal ritmo coinvolgente e vertiginoso. Durante una giornata di febbrili equivoci, accade di tutto: gemelli scambiati l’uno per l’altro, due servi dominano la scena mentre gli altri personaggi rimangono sbigottiti e spiazzati perché non riescono a distinguerli tanto si assomigliano.
Per creare un clima di gaia confusione, Shakespeare inserisce la farsesca vicenda di scambi di identità in un contesto esotico e fiabesco. Si viene così a configurare una Efeso di stregoni e di incantesimi, nonché di equivoci, i quali svolgono, a ben guardare, una duplice funzione. La prima, la più immediata e scontata, è quella di sortire un effetto comico. Il fatto di rivolgersi ad una persona che non è quella che si pensa sia, con conseguenti “gaffe”, per usare un termine moderno, non può che provocare riso, in virtù dello stratagemma del contrasto. Ma se non si rimane in superficie e si scava, allora in sede di bilancio si constata che i vari protagonisti della vicenda, irretiti dallo schema delle identità errate e mischiate, non sono stati in grado di stabilire un dialogo: ne deriva una denuncia della crisi dell’incomunicabilità tra individui che è la stessa – pur confezionata con accenti ben diversi ed eminentemente tragici – che pervade l’”Amleto”, in cui il protagonista si chiude in un’ostinata e sdegnosa solitudine quando si accorge che, fatta eccezione per il fido Orazio, non esiste sfogo per il suo dolore. Il prossimo è indifferente al suo dramma, e la sua sete di vendetta non si placa: al contrario, viene alimentata da quel rovello interiore cui è negato uno spazio di condivisione.
Il concetto di fondo che ispira la commedia consiste nell’urgenza avvertita dall’io diviso di arrivare a conoscere la sua immagine complementare: è questo un passo necessario per poter aspirare a qualcosa che assomigli a una identità. I due gemelli sono alla ricerca l’uno dell’altro, e durante questo processo si sviluppa l’esigenza drammatica, pur servita al lettore in salsa comica, da parte del soggetto di conquistare una unità interiore che gli permetta di stare nel mondo senza traumi. Il fatto di sentirsi incompiuti mina l’equilibrio dei personaggi e tale contesto acquista un tratto marcatamente paradossale nel momento in cui sulla scena si agitano tanti doppi, a detrimento dell’unità irrinunciabile dell’individuo. Così il doppio finisce con l’irridere quell’entità monca che disperatamente cerca una stabile integrità. La commedia, tuttavia, contempla anche il momento dello smascheramento, che ha un dichiarato effetto catartico. Si viene così a compiere un’operazione opposta: dallo sdoppiamento si passa alla definizione del soggetto unico, quando finalmente i due gemelli appaiono non più l’uno al posto dell’altro, ma uno accanto all’altro.
La commedia non è di facile lettura. Il testo, infatti, è fittissimo di richiami all’io e al tu, come pure di interrogativi rivolti a un tu perché rassicuri sull’identità dell’io. Non a caso la domanda più ricorrente è: “chi sono io?”. Tale fondamentale domanda sottende anche una rivalità con l’altro perché sorge il sospetto, e il timore ad esso legato, che questo “altro” usurpi una parte che non gli spetta, che reciti questa parte quando non ne ha il diritto. L’accostamento finale dei due gemelli rappresenta un ritorno all’ordine, ma non a un supino status quo. Non è stato infatti vano il percorso, fatto di lacerazioni e di incomprensioni, che ha portato allo smascheramento. C’è ora una maturità di giudizio e di visione che suggella l’avvenuta conquista dell’identità dell’io, resa possibile solo grazie allo schema, beffardo ma illuminante e risolutivo, del doppio.
