L’antitesi fra la vita, sana ma banale, e lo spirito che la comprende e raffina, ma la isterilisce, è motivo intensamente dibattuto dalla cultura di fine Ottocento: sarà Thomas Mann con le sue opere principali, da “I Buddenbrook” a “La morte a Venezia” ad elaborare, come epigono, una suprema sintesi di questa temperie. Già il poeta e drammaturgo tedesco Schiller, nel suo saggio sulla poesia ingenua e sentimentale, aveva denunciato le aspre difficoltà che impediscono allo scrittore moderno di rappresentare il mondo senza perderlo, evidenziando il divario fra la poesia che si identifica con la vita e la poesia che sente di averla smarrita: di conseguenza, il verso e la rima potranno solo esprimere un senso di vuoto pervaso da una struggente nostalgia.
Nella sua narrativa Mann riprende questa contrapposizione, declinandola in “diverse coppie di contrari” irriducibili ad una sintesi dialettica, rileva lo scrittore e saggista Claudio Magris: arte e vita, vita e spirito, arte e borghesia, caos e forma. Esemplare, in merito, è l’insanabile dissidio – narrato ne “I Buddenbrook” – fra due forme egualmente distruttive: ovvero la repressione, il pathos del contegno che argina la dissoluzione soffocando, però, ogni spirito vitale, e l’abbandonarsi a quella dissoluzione che, osserva Magris, “infrange i ceppi ma anche ogni difesa e ogni valore, sfociando nell’autodistruzione e nella barbarie di morte”.
Successivamente Mann cercherà di conciliare questi contrasti e di stemperare il ricorrente dilemma fra repressione e caos, cercando – in qualità di poeta dell’elusione – di evitare ogni sorta di radicalità. Tale posizione di mediazione echeggia la figura di uno dei suoi più celebri personaggi, Hans Castorp, il protagonista de “La montagna incantata”, il quale non si decide a dare il segnale di inizio ad un duello. Di questa dimensione elusiva, che è il modo della poesia di illuminare la pregnanza del dissidio, Mann – osserva Magris – “ha attenuato l’intensità e la verità, cercando di darle una togata dignità pedagogica, di farne un superamento anche politico-morale di quel contrasto, come se la magistrale raffigurazione dell’inconciliabilità degli opposti fosse già la loro sintesi e la loro eliminazione”.
Formatosi all’insegna della costellazione Nietzsche-Schopenhauer-Wagner, Mann ha annacquato la verità critica e negativa di quella triade con “un addomesticato e vago umanesimo storicistico”, privo – sottolinea Magris – di vera fede e di vera religione, ma fiducioso nell’uomo e nel corso della storia.
