Nel saggio “Che cos’è l’arte?” (1897) Tolstoj, con furia iconoclasta, fa strage di punti fermi del mondo culturale. La tradizione ce lo consegna come un uomo taciturno, riflessivo, e completamente assorbito dai fogli che da lì a poco avrebbe vergato. Ma quando da quei fogli poi si desta, lo scenario cambia, radicalmente, tanto è scosso da una sorta di movimento sismico. “Centinaia di migliaia di persone – scrive nel saggio – hanno dedicano fin dall’infanzia la loro vita ad imparare a far rapide piroette (i danzatori), o a far correre le dita su tasti e corde (i musicisti), a rappresentare mediante i colori quello che vedono (i pittori). Quante persone si abbrutiscono così nelle loro occupazioni specializzate e diventano intenditori unilaterali, insensibili a tutti i seri fenomeni della vita!”. Alla luce di questo presupposto, Tolstoj punta ad annientare i geni dell’arte, universalmente intesa. Biasima Baudelaire, giudicato un “rimatore complicato e malsano”; Voltaire è solo un “ubriacone”. Non sono risparmiati Monet, Manet e Renoir, derubricati a meri “riproduttori” della vita, privi di un vero slancio lirico. Il “Giudizio universale” di Michelangelo viene bollato come “assurdo”. Dante e Milton sono “sopravvalutati”: la gente li apprezza solo perché suggestionata dai positivi giudizi della critica. Non poteva mancare Shakespeare: il “Re Lear” è “sopra le righe”, “eccessivamente truculento”. Ce ne è anche per Beethoven. “Non solo – tuona Tolstoj – non vedo come i sentimenti comunicati dalla Nona Sinfonia possano unire gli uomini che siano specialmente educati per sottomettersi a questa complicata ipnosi, ma non riesco neppure a immaginare una folla di persone normali che possa capire qualche cosa di questa operazione lunga, confusa e artificiosa”. Da tale furia iconoclasta che cosa, dunque, si salva? Quelle opere “scritte con il cuore”, sentenzia Tolstoj con disarmante semplicità. La quiete dopo la tempesta.
