Scrive Thomas Stearns Eliot in “Dialogue on Dramatic Poetry” (1928): “Quando un’epoca possiede una pratica e una fede religiosa stabile, allora il dramma può e dovrebbe tendere verso il realismo. Più facili, più caotiche sono le convinzioni etiche e religiose, e più il dramma deve procedere nella direzione della liturgia”. In questo modo il drammaturgo statunitense naturalizzato britannico chiarisce sia le ragioni della propria opzione per un teatro di parole e di poesia, destinato alla riflessione piuttosto che all’azione scenica, sia il carattere esplicito di “sacra rappresentazione” di “Assassinio nella cattedrale”, la cui prima rappresentazione risale al 1935, a Canterbury.
Il dramma – incentrato sull’uccisione, nel 1170, dell’arcivescovo Tommaso Becket nella cattedrale di Canterbury per mano di quattro cavalieri del re Enrico II – si configura come l’espressione solenne del conflitto spirituale del martire predestinato di fronte alla morte imminente: in questo scenario il protagonista assurge a simbolo della resistenza cattolica all’assolutismo politico. Sulla base di un intreccio nel quale i sacerdoti, il coro e i tentatori “recitano” i momenti della travagliata analisi di Becket su sé stesso e ne precisano il senso con rimandi a immagini e concetti già contenuti nella “Terra desolata” e poi ripresi nei “Quattro Quartetti”, il discorso affronta il rapporto delle categorie dell’azione e della sofferenza come elementi didattici di una vocazione alla santità che appare spinta dall’ambizione.
In filigrana si percepisce un’allusione ai dubbi di Cristo nell’orto di Getsemani: l’arcivescovo dovrà prendere atto di una contraddizione che per essere solo apparente, non è per questo motivo meno profonda: la passività come azione nelle necessità di rimettersi, senza tentennamenti, alla volontà di Dio. “Un martirio – scrive Eliot nella predica natalizia dell’’Intermezzo’ – è sempre un disegno divino e mai un disegno dell’uomo, poiché il vero martire è colui che è diventato lo strumento di Dio e che non desidera più niente per sé stesso, neppure la gloria di essere un martire”. Tale affermazione sembra richiamare i versi del terzo canto del “Paradiso” di Dante, relativi all’incontro con Piccarda Donati: “E’n la sua voluntade è nostra pace”. Versi che ricordano all’umanità il dovere di conformarsi alla volontà divina, fino all’annullamento di sé stessi. Eliot riconosce in Becket la figura perfetta in cui esprimere questo concetto. Così, quando i quattro cavalieri irrompono nella cattedrale per ucciderlo, l’arcivescovo, pur sollecitato dai suoi sacerdoti a mettersi in salvo, rimane al suo posto, pronto – per il bene della Chiesa – a subire il martirio. Prima di essere assassinato, come attestano documenti d’epoca, Becket andò nella sua stanza per indossare, per l’ultima volta, i paramenti sacri, tra i quali la mitria e l’anello. Tenendo stretto nella mano il suo salterio personale.
Qualche critico ha puntato il dito contro la trama del dramma, giudicata troppo asciutta. In realtà sta proprio in questo spartano rigore narrativo la forza di un testo che, muovendo da fatti storici, mira a intessere un’illuminante riflessione sull’uomo, sul suo rapporto con il mondo terreno e con la dimensione divina.
