Alla ricerca del mistero dell’essere umano: una ricerca incentrata sul concetto del porto quale simbolo del viaggio introspettivo del poeta. La raccolta di poesie di Giuseppe Ungaretti intitolata “Il porto sepolto” – pubblicata nel 1916 e poi confluita, nel 1919, in “Allegria di naufragi” – segna, in modo solenne, l’avvio di una rigorosa analisi interiore che riconosce nel linguaggio poetico lo strumento elettivo per sondare i recessi dell’animo umano, con l’obiettivo di far emergere, se possibile, misteri insondati. E’ una missione che ha per unico protagonista il poeta, la cui figura torreggia in uno scenario caratterizzato dalla vibrante ansia di penetrare nella blanda superficie della realtà fattuale per raggiungere gli abissi in cui riposa, secondo Ungaretti, il valore autentico del vivere e del sentire. Ma questa ricerca, insieme ardita e appassionata, sarà coronata da successo?
Il poeta scende nel porto sepolto e poi risale alla luce “con i suoi canti e li disperde”. In questo atto di divulgazione, inteso da Ungaretti come un atto sacro e inviolabile, la poesia trova la sua ragion d’essere. Tuttavia che cosa resta ad Ungaretti, e all’uomo in generale, di questa poesia? Resta “quel nulla d’inesauribile segreto”. Insomma la ricerca non conosce sosta, è in continuo divenire. E questa dimensione, perennemente fluida e mai solidificata, rappresenta al tempo stesso una maledizione e una benedizione, perché se da un lato il segreto non è rivelabile nella sua interezza, dall’altro l’imperterrito sondare instilla nell’individuo quella tensione alla verità che ne nobilita la natura e dà un senso vero alla sua vita.
Per Ungaretti la narrazione poetica e la parola rappresentano un mezzo di conoscenza di sé stessi e uno strumento di fratellanza, nel segno di una consolidata tradizione letteraria che unisce umanità e cultura, poetica e umano sentire. Il porto sepolto custodisce l’ignoto che non deve spaventare: al contrario, deve rappresentare lo sprone per attivare e sviluppare una ricerca di senso. Come diceva Cechov, in un’impresa non conta tanto l’esito, che si spera sia felice, ma il tentativo: il solo fatto di averlo compiuto costituisce un progresso sul piano etico e morale. E se l’uomo, tendenzialmente, è portato a guardare in alto, verso il cielo, per attingere un significato plausibile che spiega le ragioni del suo esistere, è pur vero che anche guardando in basso, molto in basso, fino ad arrivare ai fondali di un porto sepolto, è possibile ricavare tesori capaci di soddisfare la sete di conoscenza.
I versi della raccolta furono pensati e scritti in trincea, durante la prima guerra mondiale. Un contesto, dunque, quanto mai probante per misurare la forza del linguaggio poetico quale strumento per forgiare “la fratellanza fra gli uomini” mentre rimbombava, assordante e lacerante, il fragore delle armi. La poesia è quindi concepita come un porto in cui rifugiarsi, sostare e riflettere. Durante questa sosta, dal potere catartico, Ungaretti non guarda il cielo, ma l’abisso. In tale prospettiva, cadenzata dall’auscultazione e dallo scandaglio del proprio animo, Ungaretti porta alla luce enunciazioni essenziali, frammentarie e fulminee. Dal silenzio e da un fondo di meditazione emergono parole che nella loro peculiare dimensione semantica ambiscono a rivelare l’essenza di un intricato groviglio sentimentale. “Quando – scrive il poeta – trovo in questo mio silenzio una parola scavata è nella mia vita come un abisso”. E ci vuole un grande coraggio a fissare quell’abisso perché – come ammoniva Nietzsche – se scrutato a lungo, anch’esso scruterà dentro l’animo del prometeico osservatore. Con conseguenze imprevedibili.
