Conta meno di trecento pagine “I fiori del male”, un’opera dunque da considerare “breve” se confrontata con tomi “ben più loquaci e ponderosi”. Tuttavia, mentre tali tomi spesso faticano, e non poco, a fare breccia nel mercato librario, il capolavoro di Charles Baudelaire, al contrario, – afferma in un saggio il poeta e filosofo Paul Valéry – ha riscosso, sebbene con colpevole ritardo, un grande successo di critica e di pubblico. Questo fatto costituisce un’ulteriore testimonianza che in letteratura “la lunghezza” di un’opera non implica necessariamente un pregio, e che “la brevità” non è da identificare, necessariamente, con la scarsezza di idee e con la povertà di ispirazione.
Valéry rileva che i poeti francesi e i loro versi sono, in genere, poco apprezzati all’estero: i romanzieri e la loro prosa mietono, oltralpe, una considerazione maggiore. L’ordine e il rigore che sin dal diciassettesimo secolo hanno presieduto, in Francia, al linguaggio, nonché il gusto per la semplificazione e per la chiarezza espositiva, mentre hanno prodotto benefici nella narrativa, hanno invece sortito effetti nocivi, paradossalmente, nell’ambito della produzione poetica, rendendola di ostica fruizione. E così – osserva Valéry – agli stranieri La Fontaine risulta “insipido” e Racine “un libro chiuso”.
Con Baudelaire, “onusto tardivamente di gloria”, la poesia francese ha finalmente varcato le frontiere. La capillare diffusione del suo capolavoro ha finito per collezionare schiere di imitatori e per radunare falangi di aspiranti poeti. Da Swinburne a D’Annunzio, sono numerosi gli illustri autori sui quali il verso, magico e ineffabile, di Baudelaire ha esercitato una marcata influenza. Valéry, con una folgorazione critica accattivante, afferma che ci sono poeti, nell’empireo letterario, più bravi e più talentuosi di lui: tuttavia egli, rispetto agli esimi colleghi, è più importante. Da dove deriva questa importanza? Essa si lega strettamente alla morbosa e delicata sensibilità – tanto delicata da risultare talora friabile – di Baudelaire per gli umori e per i clamori del suo tempo. Da principio i contemporanei non avevano percepito, nemmeno lontanamente, l’esatta misura della sua statura di poeta; solo più tardi ne hanno compreso valore e spessore. Di conseguenza, al di là dei meriti concernenti la magistrale tecnica del verso e la profondità dei contenuti, da questa consapevolezza è emersa, appunto, l’importanza di un autore da eleggere a lucido e illuminato interprete – pur nella sua vena in equilibrio tra l’onirico e il surreale – dello spirito della sua epoca. Uno spirito che oscillava tra la nostalgia per la compostezza e per l’armonia della cultura classica, e l’aspirazione ad abbracciare e ad alimentare gli ardori e i furori caratteristici della temperie romantica.
Valèry pone quindi l’accento sull’ascendente di Poe su Baudelaire. Questi riconosceva nel poeta statunitense una mirabile e feconda sintesi di logica e immaginazione. Una sintesi che, nell’ottica di Baudelaire, consentiva di unire la registrazione del dato oggettivo, sentita come doverosa, e l’invenzione poetica, intesa come atto di sublimazione del mondo reale in funzione di una più efficace introspezione dei suoi più segreti recessi e dei suoi più fitti misteri.
