Colleghi, e anche amici, Giovanni Verga e Luigi Capuana, nell’ambito della narrativa verista, hanno rappresentato un nucleo indissolubile. Eppure, all’interno di un ferreo sodalizio, umano e letterario, è dato di scorgere tra loro significative differenze, sebbene sfumate dal comune intento di rappresentare quel leopardiano “arido vero” con rigore di analisi e disciplina di forma.
Nell’investigare il rapporto fra i due, il critico Giacomo Debenedetti coglie, con magistrale acume, un discrimine che collega le due figure in due diverse e, per cerci versi, complementari prospettive. “Se Verga è l’artista, Capuana è la coscienza, l’intelligenza riflessa di quell’arte”, scrive. Per l’autore de “I Malavoglia” la consapevolezza della propria arte “non riesce mai a chiarirsi del tutto” e, in ogni caso, rifugge dal pronunciarsi in modo esplicito.
Quando Verga vuole parlare in generale “cade nel generico” o, per lo meno, in un’involontaria ambiguità. Dichiara Debenedetti: “Verga sa fare, non sa dire quello che fa”. In questa perentoria valutazione si specchia il rapporto che alberga in lui tra creatività e intelligenza. Occorre diminuire la pressione del contenuto umano, dell’esperienza vivente nelle cose per distaccarsi “nell’espressione fungibile dell’intelligenza”. Capuana avvertiva meno questa esigenza, e di conseguenza in lui s’imponeva con maggiore agio “la lucidità della teoria”.
“Capuana – rileva Debenedetti – avrebbe voluto poter fare, al suo meglio, ciò che a Verga riusciva di fare”- L’autore de “Il marchese di Roccaverdina”, in considerazione delle sue capacità teoriche, si proponeva anche come “il banditore” in Italia di quello che si chiamava, “in termini interscambiabili”, verismo e naturalismo. Era logico dunque che, di fronte alla nuova maniera di Verga, postulasse un rapporto di causa ed effetto tra adesione al verismo e rigenerazione letteraria. “Era una bella carta da giocare. Il verismo di Verga, già celebre con la ‘Capinera’ e con ‘Eva’. Capuana giocò quella carta”.
Propugnava il principio dell’impersonalità dello scrittore, che doveva scomparire dietro la sua opera: principio che trovava in Verga l’esemplare affermazione e realizzazione. Nel recensire “I Malavoglia” Capuana sostiene che la letteratura non deve dimostrare tesi scientifiche, ma deve essere la tecnica con cui l’autore scrive. Una recensione con punte di amara ironia. “Scritti in francese – lamenta – a quest’ora ‘I Malavoglia’ avrebbero reso celebre il nome dell’autore anche in Europa e toccherebbero, per lo meno, la ventesima edizione. In Italia, intanto, pare che pochi se ne accorgano di quest’opera o vogliano mostrare di essersene accorti”. E lancia uno strale a Francesco de Sanctis, chiedendosi se si degnerà di fare qualcosa per promuovere il romanzo di Verga dopo aver scritto “più di quattrocento pagine” per l’”Assommoir” di Zola. La carta giocata da Capuana passò poi nelle mani di Benedetto Croce, il cui elogio dell’arte verghiana poggia si una precisa istanza etica. Egli fustigava pose retoriche e stucchevoli pavoneggiamenti poiché il vero artista, per lui, è quello che lavora assiduamente e che con sistematicità raccoglie i frutti del suo lavoro.
In quest’ottica si inseriscono Verga e il verismo che, afferma Croce, “non fu per lui una sostituzione di una moda ad un’altra moda, come accade negli spiriti superficiali, i quali vestono e svestono tutte le mode letterarie, ma fu una spinta liberatrice”. Una spinta che diventa ispirazione, dimensione morale e cifra stilistica dell’arte verghiana.
