Giovanni Verga è stato uno scrittore che non ha conosciuto “il fastidio” di una chiassosa celebrità. Principe dell’arte, ha l’aria di un esule della fama nell’ammirazione “alta ma fredda” del pubblico letterato. E’ da un’angolazione peculiare che il critico Luigi Russo punta l’obiettivo sulla figura dello scrittore siciliano, il quale, nell’immaginario accademico, ha sempre vissuto “all’ombra” di Luigi Pirandello. Con acuta lucidità Russo coglie e sviluppa questo tratto, in un saggio dedicato all’autore de “I Malavoglia”, rilevando che Verga è rimasto sulla soglia, mai varcandola, della gloria letteraria riconosciuta.
“La critica – scrive – si è affrettata a dare il battesimo di grande allo scrittore, ma ha calato subito il velo su questa grandezza coronata”. Va rilevato che Verga ha avuto “una sublime indifferenza” per il fervore giornalistico intorno alla sua opera, rinunciando a “quei gesti senili di richiamo che a volte offuscano la fama di uno scrittore e che, mentre ne divulgano il nome presso le moltitudini, spesso provocano le salmodie di una critica ambiguamente rispettosa, che ha tutti gli accenti funerari di una liquidazione”.
Russo si interroga sulle ragioni della “non estesa popolarità” dell’opera verghiana: un’opera che ha suscitato “un’ammirazione deferente, ma non calda”. Tali ragioni vanno ricercate sia nelle condizioni della cultura dei tempi in cui Verga agì, sia nelle dinamiche intrinseche alla natura dell’arte stessa dello scrittore. Spesso le opere degli artisti acquistano una vasta e rapida popolarità, ottenendo un “equivoco” successo che è psicologico ed esornativo insieme. Tali opere investono, prima che l’anima estetica del lettore, la sua morale di vita. Nell’uomo è perenne il bisogno di cercare nei libri dei romanzieri regole cui ispirare la propria esistenza.
In questo scenario s’impongono “le nevralgiche osservazioni psicologiche” che scandiscono il tessuto narrativo di Carducci, di D’Annunzio, di Pascoli, di Fogazzaro e che finiscono per costituire “il costume spirituale” dell’autore. Queste osservazioni, all’interno di una mirata strategia precettistica, vengono a fondersi con l’arte, acquistando così un saldo potere di suggestione sul lettore. Di conseguenza “sono nati e cresciuti” – in una dimensione squisitamente psicologica – carducciani, dannunziani, pascoliani, fogazzariani. D’Annunzio – evidenzia Russo – è stato il maestro di vita più versatile con il suo volubile estetismo. Tuttavia maestri sono stati anche Carducci, con la sua morale civico-patriottica; Pascoli, con la sua morale idillico-umanitaria; Fogazzaro, con il suo sensualismo spirituale, che “assai bene corrispondeva ad uno stato d’animo diffuso nella penombra spirituale dei suoi mistici-erotici lettori e delle sue vaporose lettrici”.
E Verga? Questi ha forgiato un’arte “nuda di moralità”.
“I Malavoglia”, “Mastro don Gesualdo”, “Vitas dei campi”, le “Novelle rusticane” non sono intessute di “regole e regolette” di vita. Ci sono, al massimo, i sapidi proverbi di Padron ‘Ntoni e le sentenze, asciutte e gravi, che i contadini siciliani ripetono con ritmo monotono. Si potrebbe obiettare, osserva il critico, che Verga una morale ce l’ha, ed è quella sociale. Tuttavia quanti hanno gustato la parte più vitale e schietta della sua opera sanno come i programmi sociali di Verga siano rimasti confinati nelle prefazioni dei romanzi: prefazioni “non certo seducenti nella loro prosa secca come il latino delle dodici tavole”.
Qualora pure si riconoscesse che l’interesse sociale, nell’opera verghiana, è molto forte, esso, tuttavia, è diventato col tempo un fattore estetico e non ha lasciato “traccia moralistica di sè stesso” a causa di quel canone veristico dell’impersonalità che ha indotto lo scrittore ad un’austera e severa scrupolosità di rappresentazione portata, non di rado, all’eccesso.
