L’arte d’avanguardia fu la prima vittima della politica culturale di Hitler, una volta salito al potere. In un clima dominato dalla censura, la propaganda nazista si propose di ripristinare l’antico ordine bandendo quella che veniva considerata la furia modernista: di conseguenza la cultura che aveva dominato la scena fino agli anni trenta fu espulsa dalla Germania con l’accusa di essere “degenerata”. Gli artisti che non vollero allinearsi al regime del Fuhrer presero la via dell’esilio. Molti di loro approdarono negli Stati Uniti. Ecco allora che da un’Europa frantumata si ricompose in America un nuovo sistema del sapere, destinato a cambiare l’assetto culturale statunitense.
All’arrivo in massa di profughi seguì una febbrile attività organizzativa che, in breve tempo, favorì l’affermarsi di un tessuto culturale tra le cui maglie cominciarono ad inserirsi figure di eccellente rilevanza, quali Stefan Zweig, Albert Einstein e Thomas Mann.
Dell’esilio degli artisti dall’Europa dei totalitarismi, dell’incontro culturale e scientifico con il nuovo Paese che li accolse tratta il libro di Maria Passaro “Artisti in fuga da Hitler, L’esilio americano delle avanguardie europee”. Il volume pone precisi interrogativi: che cosa è rimasto della rispettiva cultura d’origine nel momento in cui gli artisti esuli hanno cominciato a lavorare negli Stati Uniti? Che cosa ha significato la loro “americanizzazione” da un punto di vista artistico?
Prima di arrivare in America gli artisti in fuga dovettero fare tappe intermedie. A Parigi si rifugiò Kandinskij, subito dopo la chiusura forzata del Bauhaus di Berlino. A Londra riparò Mondrian. Un’ondata di esuli giunse negli Stati Uniti subito dopo il crollo della Francia nel 1940.
La storia della fuga da un Paese ormai occupato dai nazisti, scrive Maria Passaro, sembra tratta dalle pagine di un romanzo. Il protagonista è un eroe americano, Varian Fry, che arrivò a Marsiglia con una lunga lista di nomi di grandi artisti che doveva salvare su incarico del governo americano: in quella lista figuravano, tra gli altri, i nomi di Breton e Chagall. Sebbene molti artisti francesi non guardassero con favore alla cultura americana, questi contribuirono nondimeno a tradurre i principi dell’avanguardia europea a beneficio della formazione dei giovani statunitensi, soprattutto di quelli che di lì a poco avrebbero fatto parte dell’espressionismo astratto.
L’esodo dall’Europa ebbe quindi l’effetto di trasformare lo scenario artistico internazionale del ventesimo secolo. Un cambiamento favorito anche dalla collaborazione delle istituzioni culturali americane. Al riguardo non i deve dimenticare che l’accoglienza americana era stata già preparata da importanti mostre che avevano assolto il compito di consolidare la fama di questi rifugiati speciali. Si pensi al Moma e al coinvolgimento del suo primo direttore, Alfred Barr Jr., impegnato a sostenere l’arte degli esiliati europei e attento, al contempo, a individuare oculate strategie di mercato. E ci sono anche le gallerie, come quella di Pierre Matisse, figlio del più famoso Henri, che nel 1942 organizzò a New York la mostra “Artisti in esilio”. Quattordici esuli trovarono in quello spazio espositivo una preziosa occasione per presentarsi in gruppo, uniti e motivati. Tra loro figuravano artisti del calibro di Mondrian, Mirò, Ernst, Chagall.
