Ci si chiede, legittimamente, quale sarebbe stata la reazione di Raymond Chandler nel vedere la sua creazione – il detective Philip Marlowe – resuscitata per mano dell’irlandese John Banville (che usa lo pseudonimo Benjamin Black) nell’indagine intitolata “La bionda dagli occhi neri”. Certamente l’impresa non è agevole, dovendo l’autore misurarsi con uno dei più grandi scrittori di noir che, tra l’altro, ha fatto la felicità di attori celebri e di registi acclamati una volta che si decise di curare la trasposizione cinematografica delle opere meglio riuscite. Basti pensare a “The big sleep”, per la regia di Howard Hawks, con un indimenticabile Humphrey Bogart nel ruolo di Marlowe.
Banville supera l’esame a pieni voti, grazie anzitutto ad una scrittura scattante e raffinata, in grado di creare un’ammaliante atmosfera dove il crimine, la paura, la violenza, l’amore e l’odio si intrecciano nel segno di robusta polifonia. Marlowe, si sa, è un duro: ne ha viste tante e ne ha passate tante. Eppure, anche perché sedotto dal conturbante fascino della bionda dagli occhi neri, si scopre vulnerabile nella girandola di avvenimenti – in una ruvida Los Angeles resa rovente dalla calura estiva – che lo porteranno, più di una volta, di fronte al rischio di venire ucciso. Ma quella di Marlowe è una debolezza che conquista il lettore. Lo rende infatti più umano, più credibile, nonché più disincantato e lucido al cospetto delle insidie che la vita tende a discapito sia dei buoni che dei cattivi.
L’intreccio è complesso, ma mai oscuro: alla fine risulta avvincente. Il detective è alla ricerca di un personaggio misterioso che si pensa sia morto, ma che qualcuno ritiene di aver visto camminare, di buon passo, lungo le vie di San Francisco. Intorno a questo elusivo personaggio fioriscono accadimenti legati, in filigrana, da un elemento comune: la solitudine della persona. Banville – per bocca del suo Marlowe – dispensa, nel corso della narrazione, perle di saggezza su diversi aspetti, anche quelli apparentemente banali, dell’esistenza quotidiana. Mai una volta, in realtà, la riflessione del protagonista si sofferma sulla solitudine. Ciononostante, l’impressione che si ricava, terminata la lettura, è quella di un grande vuoto che avvolge gli attori della vicenda, dopo che speranze e sogni sono stati infranti.
Ci sono, e non potevano mancare, vittime. Ma anche chi è riuscito a sopravvivere ha perso qualcosa di importante: è morto, a suo modo. In questo senso, quello scritto da Banville è un noir con tutti i crismi. Chissà, allora, che cosa avrebbe detto Chandler, se avesse seguito le vicende che scaturiscono, a ritmo incalzante, dalla magnetica presenza della bionda dagli occhi neri. Certo lo scrittore non era un giudice tenero. Si dice, infatti, che avesse osato muovere delle critiche a illustri colleghi: anche ad Agatha Christie.
