Due obiettivi – uno di carattere personale e uno di più ampio respiro – presiedettero alla composizione del “De oratore” (55 a. C.). Da un lato, Cicerone ambiva a valorizzare la sua figura e a rispolverare le sue credenziali in un momento di eclisse politica, sotto il cupo incombere del potere dei triumviri. Dall’altro, l’avvocato e scrittore mirava a definire un progetto culturale inteso a consolidare l’influenza e il prestigio del ceto aristocratico. A Roma, in quel tempo, l’oratoria rappresentava una disciplina dominante. Lungi dal rimanere confinata in una torre d’avorio, essa era intimamente connessa con la prassi politica e civile. In questo articolato e complesso saggio, Cicerone illustra i precetti dell’arte oratoria, di cui egli stesso era autorevole esponente. La sua non è un’illustrazione compassata e statica. Affida invece le sue tesi a un dialogo sapientemente costruito, ricco di acutezza e di brio, che come scenario può vantare i giardini di una splendida villa tusculana.
I principali interlocutori di questo frizzante dialogo (che dunque soppianta una trattazione sistematica che sarebbe potuta risultare stucchevolmente accademica) sono due oratori del recente passato, Antonio e Crasso, che Cicerone aveva frequentato in gioventù. Nel segno di uno serrato e stimolante contrappunto si confrontano la sagacia pratica di Antonio e la cultura raffinata di Crasso. Entrambi concorrono a plasmare il modello ideale dell’oratore. Questi non deve essere un puro tecnico della parola, abile, grazie agli artifici del lessico, nel persuadere e nel commuovere, ma un intellettuale formato alle responsabilità morali e civili in virtù di un’educazione che deve investire il versante storico, filosofico e letterario. In sostanza, un intellettuale che sia fedele ed eccellente espressione di studi umanistici impiegati al servizio della società e del bene comune. Di conseguenza all’oratore viene riconosciuto il ruolo di guida della collettività: un compito certo non facile considerando che molto spesso la collettività procede disunita e in ordine sparso, perché mossa da interessi variegati e agitata da subitanei e talora ribelli moti dell’animo.
In realtà i veri protagonisti del dialogo non sono Antonio e Crasso, ma Cicerone, che proietta in entrambi, come pure nei personaggi minori, sé stesso, il suo sentire e la sua cultura. Viene spontaneo pensare che vi sia il ritratto elogiativo di Cicerone dietro le parole di Crasso quando questi dichiara: “Che cosa c’è che desti altrettanta ammirazione del sorgere, in mezzo a un’infinita moltitudine di uomini, di un individuo in grado di fare, lui solo o con pochissimi altri, ciò che per natura a tutti è concesso? Ovvero, tanto gradevole allo spirito e all’orecchio, quanto un discorso elegante e adorno di saggi pensieri e nobili parole?”
E sempre di stampo prettamente ciceroniano è l’avversione, manifestata dagli interlocutori, per gli “oziosi e ciarlieri” intellettuali greci, accusati di consumare il tempo in “futili diatribe”. La disputatio in utramque partem, condotta da Antonio e da Crasso, si pone dunque all’opposto della retorica di cui si fanno paladini gli intellettuali greci perché l’oratoria, nella concezione ciceroniana, è intesa come un’arte che riveste un ruolo di strategica importanza in funzione della res publica.
Tra le raccomandazioni avanzate dagli interlocutori figura quella di Crasso riguardante quell’esercizio che “a dire la verità, non si fa mai perché costa molta fatica”. Tale esercizio consiste “nello scrivere il più possibile”. Crasso dichiara che “lo stilo è di gran lunga il migliore e il più efficiente artefice e maestro di eloquenza, e non senza ragione”. Infatti come a un discorso improvvisato si fa preferire un’orazione ben meditata, senza dubbio questa, a sua volta, sarà inferiore a un discorso scritto con cura e diligenza. Così tutte le argomentazioni, sia quelle codificate in manuali sia quelle suggerite dall’ingegno, “se le cerchiamo e le consideriamo con tutto l’acume di cui siamo capaci, ci si offrono e presentano da sé”. I pensieri e le espressioni più pertinenti di ogni tipo necessariamente si susseguono “sotto la sapiente punta dello stilo”. Del resto anche la collocazione e la disposizione armonica delle parole si realizzano scrivendo con una certa cadenza ritmica, che non è quella della poesia, ma quella dell’oratoria.
E’ questo un altro sentito omaggio reso dall’autore del “De oratore” a Cicerone.
