Un magma di miti. Potrebbe essere definito così l’”Inno alle Grazie” di Ugo Foscolo cui Daniela Shalom Vagata dedica un approfondito e capillare studio (che reca il titolo del componimento) edito da Leo S. Olschki Editore (Firenze, 2023, pagine 322, euro 39). Del carme – ricorda l’autrice, Assistant Professor di letteratura italiana presso la Masaryk University a Brno, nella Repubblica Ceca -esistono soltanto frammenti contenenti quadri, scene, episodi, tutti diversi per lunghezza, esiti e periodi di composizione. In sostanza, “inquieti rifacimenti”. Il presente volume, di fronte a questo fluido scenario, ha perseguito l’obiettivo, felicemente raggiunto, di raccogliere unite tutte le prove dell’Inno unico, i frammenti della prima redazione dell’Inno e la stesura unitaria, ma interrotta, della seconda redazione dell’Inno, offrendone un’esegesi completa.
Che “Le Grazie” siano un opus in fieri sembra esserne consapevole lo stesso Foscolo, se si interpretano in chiave autobiografica le riflessioni sugli emendamenti e le correzioni poetiche di Dante alla “Commedia”. “La paziente longanimità a perfezionare non fu mai dote seconda, o divisa dal Genio – scrive Foscolo -. I pentimenti, le correzioni senza fine, i miglioramenti, e le incontenibili cure, le quali talora fanno presumere che l’attitudine di immaginare sia mal secondata dalla facilità di eseguire. Ma il sommo dell’immaginazione poetica sta nel vedere e nel tentare una perfezione che ad altri non è dato di intendere né d’ideare”.
Il mito delle Grazie, rileva la studiosa, prodotto della fantasia degli uomini, antico simbolo legato al femminile e alla storia della civiltà occidentale, è rinnovato dal Foscolo attraverso la celebrazione di quella che riteneva la più alta tra le arti, la letteratura. E se si volessero racchiudere in un’immagine i miti elaborati da Foscolo nella poesia delle “Grazie”, afferma Shalom Vagata, si potrebbe scegliere quella di una “struttura cristallina”, un prisma dalle numerose sfaccettature sulle quali gradualmente sono incise le immagini e le storie relative alle tre dee.
I versi delle “Grazie” crescono per “la graduale stratificazione e amplificazione di un’idea centrale di civilizzazione” compiuta dalla poesia e dalle arti. I valori di bellezza, verecondia, compassione, amore per la patria, rispetto per gli avi, tutti doni delle Grazie, si propagano attraverso una poesia che – composta di una serie di immagini sul mito delle tre dee – ispira la grazia agli uomini. Il meccanismo sotteso all’”Inno alle Grazie”, scrive l’autrice, è paragonabile a una mise en abime: la messa in scena del rito officiato da Foscolo, sacerdote all’ara delle Grazie, dalle nobildonne Eleonora Pandolfini Nencini, Cornelia Martinetti e Maddalena Marliani Bignami (rispettivamente sacerdotesse della musica, della poesia e della danza) e dai cori delle fanciulle e dei giovinetti, si rispecchia nei racconti mitici e nell’elogio delle Grazie, i quali agiscono attraverso la poesia che Foscolo gradualmente compone. La finzione del rito è così cornice e, al tempo stesso, oggetto di poesia.
Centrale, nell’ordito del carme, è il tema dell’amore. Esso si affaccia lungo tutto il percorso dell’elaborazione del testo, vive all’interno di una complessa griglia simbolica, associato al mito generativo di Venere e alla categoria etica ed estetica della grazia. Nello stesso tempo, evidenzia l’autrice, il motivo dell’amore è considerato all’interno del panorama frastagliato della vita sociale, letteraria e culturale della fine del Settecento e dell’inizio dell’Ottocento, tra rigurgiti di Arcadia, intrecci di platonismo e petrarchismo nell’ambito galante dei salotti.
