Se non avesse saputo mettere in pratica l’arte dell’uso e del riuso, Robinson Crusoe non sarebbe potuto sopravvivere da solo (a parte la successiva compagnia di un pappagallo e del fido compagno da lui chiamato Venerdì) in un’isola per ventotto anni. Di naufragio in naufragio, il protagonista dell’omonimo romanzo di Daniel Defoe, finisce – unico superstite di tutto l’equipaggio – su una lingua di terra situata presso le foci del fiume Orinoco, nell’America meridionale. In condizioni impervie, Crusoe non si perde d’animo e quell’isola, dapprima vista come ostile, diventerà la “sua” isola, tanto che vi farà definitivo ritorno anche quando, riapprodato in Inghilterra, scoprirà di essere diventato ricco.
L’isola non è brulla e offre sufficiente materiale per poter condurre una vita normale. Ma questo materiale va saputo, appunto, usare e riusare. Crusoe eleggerà una grotta a sua dimora e gli viene il ghiribizzo – sebbene altre siano le priorità – di portarvi dentro una scansia. Ma come fabbricarla? Vede un tronco d’albero a terra e comincia a tagliare rami e corteccia con utensili da lui stesso fabbricati facendo amalgamare l’argilla. Non è il protagonista un eroe da fumetto: è piuttosto un anti-eroe perché senza veli confessa le sue debolezze. Su quella terra arsa dal sole, il caldo è torrido e talora intollerabile. Calcola che ha solo quattro ore per lavorare al giorno, o la mattina o verso sera. Il resto della giornata lo passa a cacciare per procurarsi cibo, cercando di non farsi uccidere dalle belve che circolano, ovviamente, indisturbate.
Nel suo diario annota: “Mi mancavano aiuto, esperienza e strumenti adeguati”. Gli ci vollero quarantadue giorni per fabbricare un’asse per realizzare quella scansia. Calcola che due operai forniti degli arnesi appropriati e di “una sega doppio manico” di scansie, dallo stesso albero, ne avrebbero fabbricate sei, e nell’arco di mezza giornata.
L’uso e il riuso dell’argilla, abbondante in quella lingua di terra, gli permette di “dare alla luce” una grande varietà di utensili. All’inizio gli esperimenti non portano frutto. Così scrive: “Quanti oggetti si spaccarono per il calore eccessivo del sole, al quale li avevo esposti troppo presto, e quanti andarono in frantumi solo a toccarli, prima o dopo l’essiccazione”. In questo insuccesso (sebbene solo temporaneo) si esprime la sua vulnerabilità, si specchia la dimensione antieroica legata alla sua figura, ma, al contempo, si celebrano le virtù della perseveranza, della pazienza e dell’ingegno che ne fanno un maestro esemplare della laboriosità umana.
“Se fallii nei miei ripetuti tentativi – afferma – prima di riuscire a ottenere grandi vasi, ebbi maggior successo nel produrre oggetti più piccoli, come piatti, brocche, tegami, pentolini rotondi, e ogni altra cosa dello stesso genere alla quale misi mano, e che, cotta al calore del sole, so indurì in modo sorprendente- Ma tutto ciò non rispondeva ancora allo scopo che maggiormente mi stava a cuore, cioè quello di ottenere, a differenza degli oggetti che avevo fatto fino a quel momento, una vera e propria pentola, capace di tenere i liquidi e reggere il fuoco”.
Un giorno, dopo aver acceso un gran fuoco per cuocere la carne, al momento di spegnerlo gli accade di trovare un coccio di uno dei suoi recipienti di argilla, che per effetto della cottura era diventato duro come una pietra e rossa come una tegola. Fu “una lieta sorpresa”: Crusoe pensa che, se cuocevano rotti, non c’era un motivo per non farli cuocere interi. La circostanza lo induce a riflettere su quale fosse il sistema migliore per preparare un fuoco con il quale cuocere i suoi recipienti di argilla. “Io – ricorda – non avevo la minima idea di come fosse una fornace da vasaio, e a maggior ragione ignoravo che occorresse rivestirla di piombo, pur disponendo, in realtà, del metallo necessario”.
Così il protagonista si accontenta di collocare due o tre tegami e qualche vaso l’uno sull’altro. Sotto di essi mette della brace e tutto attorno un gran mucchio di legna da ardere. Crusoe alimenta senza posa il fuoco, finché non vede che l’interno dei vasi è rovente. Constata che non si spaccavano. Si accorge poi che uno dei vasi, pur non rompendosi, fondeva e colava, perché la sabbia mescolata all’argilla si scioglieva per effetto dell’eccessivo calore. Così egli diminuisce gradualmente la temperatura, i vasi cominciano a perdere il loro colore rosso e, avendoli sorvegliati tuti la notte per evitare che il fuoco si spegnesse troppo in fretta, la mattina si trova in possesso di tre tegami, “certo non belli, ma perfettamente adatti allo scopo”, di altri due recipienti, cotti in modo da raggiungere il grado di durezza necessario, uno dei quali smaltato per effetto della liquefazione della sabbia. Dopo queste esperimento – in cui spicca la capacità di Crusoe di riusare materiale offerto dalla natura – non gli mancò alcun oggetto di terracotta dal quale potesse trarre qualche utilità.
“Nessuna gioia procurata da una cosa tanto modesta potrà mai essere paragonata alla mia, quando compresi – scrive commosso – che finalmente possedevo recipienti di terracotta in grado di resistere al calore del fuoco”. A contatto con la natura, nella sua forma più spoglia e immediata, e quindi più vera, si esalta la disarmante umanità di Robinson Crusoe, la cui fresca ingenuità reca in sé un deciso tratto di nobile grandezza.
