Un subitaneo presentimento. Era bastato aprire la porta della pensione per studenti, a Liegi, e fissare per un attimo la figura del nuovo venuto per capire che da quel momento in poi il suo “angolino” era stato violato per sempre. Non passerà molto tempo prima che Elie, il protagonista di “Delitto impunito” di Georges Simenon, concepirà un piano per uccidere Michel.
Elie è povero, viene da Vilnius, non ha una famiglia e si sta preparando per un dottorato in matematica; Michel, di Bucarest, è invece ricco e la madre, in particolare, lo nutre di un affetto appassionato (come testimoniano le lettere che gli invia con rigorosa puntualità). Entrambi sono ebrei. A peggiorare un rapporto che mai decollerà, nonostante Michel tenti di stabilirlo, concorre il legame, morboso, che si verrà a creare tra il nuovo venuto e Louise (dalla quale Elie è attratto), la conturbante figlia della proprietaria della pensione, la signora Lange, “una donna magra, di un biondo slavato, con la pelle lattea e l’aria perennemente stanca”. Elie vive nella camera verde, sempre fredda; Michel (che si può permettere la pensione completa) in quella granata, sempre ben riscaldata. Un particolare, non marginale, che contribuisce a segnare la distanza tra i due.
In una prosa essenziale, ma sempre avvolgente e penetrante, Simenon con tesse le fila di una vicenda in cui l’introspezione psicologica dei personaggi serve a denunciare i mali di una società minata dall’indifferenza e dall’egoismo. Elie non ha mai pianto in vita sua. Vorrebbe versare qualche lacrima, ma non ci riesce. Si lamenta della solitudine ma, in fondo, con una sorta di patetico vittimismo, ci si crogiola. Dal canto suo, Michel, che è venuto a turbare, non di proposito, la consolidata routine della pensione (in cui alloggiano anche un altro uomo e un’altra donna) si gode la vita, sempre spensierato, sempre felice. E’ questa felicità, ostentata quasi con baldanza, che Elie non tollera. Anche perché non riesce a comprendere come si possa essere felice: lui, dice, non lo è mai stato. E il fatto che Michel, un estraneo, sia arrivato all’improvviso a sconvolgere la vita di Elie, triste sì, ma ordinata, con quel sorriso sempre stampato sulle labbra, rappresenta per il protagonista la causa che determina, di conseguenza, una “punizione”.
Con cadenza inquietante, nella mente di Elie rigurgita questo proposito: “Lo ucciderò”. Eppure, per sua stessa ammissione, non riesce a “odiare” Michel. Piuttosto, fa dell’istinto omicida – per legittimarlo di fronte al tribunale della sua coscienza – una questione di principio: l’estraneo è arrivato alla pensione, vi si è stabilito, ha alterato le dinamiche che ne regolavano la collaudata gestione e quindi – questa è la sentenza – va punito.
Simenon produce in questo modo uno scenario inquietante. Non si serve di complotti articolati o di intrighi internazionali per creare le condizioni di un omicidio. Nella quiete, apparente, di una casa, dove s’intrecciano silenzi eloquenti e parole fuorvianti, si sviluppa con serrata gradualità una battaglia psicologica fra i personaggi. A scontrarsi, nel segno di una severa incomunicabilità, sono i diversi pensieri, subdoli e sotterranei, e l’atmosfera si fa torbida quando i segreti dell’uno diventano una minaccia per l’altro, in un gioco di specchi dall’effetto spiazzante.
La solitudine di Elie è screziata. Con fiero orgoglio più volte declama: “Io non ho bisogno di nessuno”. Ma sarà vero? La sensazione è che più lo dice, meno ci crede. E quando ripete a sé stesso: “Lo ucciderò”, sorge l’interrogativo: sarà egli capace di porre in atto questa letale intenzione? Dopo un logorante travaglio interiore, Elie premerà contro l’estraneo il grilletto della pistola che giaceva inerte da tempo in un cassetto sempre aperto. Michel è veramente morto? Sarebbe stato meglio per Elie infliggergli il classico colpo di grazia, considerando che dopo ventisei anni, lo incontrerà di nuovo (eppure gli aveva sparato in faccia). Sarà Elie allora in grado di “ucciderlo di nuovo” ? La vicenda si sviluppa lungo un crinale eminentemente statico: prima all’interno della pensione, poi all’interno di un hotel, in Arizona. Eppure nello spazio di quattro mura Simenon sa innescare un meccanismo narrativo dal ritmo vertiginoso: l’azione è assicurata dal costante rovello interiore dei personaggi. Lo scavo inclemente ne mette a nudo debolezze, intemperanze e frustrazioni.
