Non è detto che l’incontro sia indispensabile per suggellare un’amicizia. Di questo assunto è prova il legame che ha unito due tra gli autori scozzesi più celebri, Robert Louis Stevenson e James Matthew Barrie. Un legame la cui saldezza e profondità si specchia nell’epistolario tra loro intercorso, grondante di reciproca stima. “Io sono un artista, lui è un genio” scrive Stevenson di Barrie, cui, “per colpa” di Peter Pan, nato dalla sua penna, non ha arriso una maggiore notorietà che pur meritava, considerando il valore di altre sue opere, peraltro mai pubblicate in italiano. Puntuale rilievo, questo, fatto da Priscilla Gaetani, che ha curato l’interessante libro “R.L. Stevenson – J.M.Barrie. Mio carissimo amico. Le lettere fra l’autore dell’Isola del tesoro e il creatore di Peter Pan” (Firenze, Lorenzo de’Medici Press, 2023, pagine 95, euro 15).
Il merito letterario di Barrie ha finito per esaurirsi, nell’immaginario collettivo, in quella figura “che non voleva crescere”, e tale epistolario (tradotto dalla Gaetani che firma anche l’introduzione) almeno in parte ne riscatta la statura intellettuale e morale, alla luce della sua tonificante schiettezza nel tessere l’elogio dell’amico. Ed è lo stesso epistolario a far emergere che i due scrittori non sono mai riusciti ad incontrarsi, anche perché vivevano ai poli opposti del mondo: quando avevano cominciato a scambiarsi missive, nel 1892, Stevenson si trovava nelle isole Samoa, mentre Barrie girovagava tra il paesino natale di Kirriemuir e Londra.
“L’epistolario – scrive la curatrice nell’introduzione – assume una forma particolare perché ciascuno dei due cerca di mostrare la propria personalità all’altro e questo genera spesso discorsi rivelatori, aperti, punteggiati da giochi di parole spesso intraducibili e pieni di pettegolezzi circa gli autori britannici dell’epoca e delle loro ultime opere”. In questo scenario spicca un lungo scambio tra i due riguardo al romanzo “Tess of the D’Ubervilles” di Thomas Hardy, che Stevenson criticava come languido e falso già a partire dal primo capitolo.
I due estensori presentano un significativo tratto comune, ovvero l’umorismo. “Si tratta – osserva la Gaetani – di un’ironia sottile, quasi velata, e ciò rende le lettere fluide, leggere, assolutamente divertenti”. Il loro è uno sguardo disincantato sul mondo, nutrito di vasta cultura e pervaso di illuminante saggezza. Tuttavia c’è un altro elemento, negativo, che li accomuna, ovvero la malattia. A Stevenson, che morì nel 1894, fu diagnosticata sia la polmonite che la pleurite, e gli furono poi dati pochi mesi di vita. Poco dopo anche Barrie cominciò a soffrirne, e ne morì nel 1937. In una lettera commovente, appresa la notizia della malattia dell’amico. Stevenson scrive: “Senza dubbio, siete malato e davvero malato, credo; ma sono stato nella vostra condizione così spesso, conosco la pleurite e la polmonite, e so che si accaniscono contro gli scozzesi che sanno scrivere. (Io una volta sapevo farlo). Non avete idea di quanto questa comune calamità mi avvicini a voi”.
Gli elogi tessuti da Barrie sono sempre spumeggianti. In una fervida esortazione ai lettori, afferma: “Se volete sapere cos’è il tocco alla Stevenson al massimo grado, leggete l’episodio in The Wrecker, in cui il signore con il vino in corpo ha espressioni così deliziose quando cerca la stanza. E’ un qualcosa di magico, e nessuno al mondo avrebbe mai potuto scriverlo”. In un’altra missiva Barrie sottolinea che una vita domestica come quella dell’amico è l’ideale per un uomo di letteratura, perché è lontana dalle banalità della vita di club e perché permette, al contempo, di stare vicino alle persone cui si tiene di più. E acutamente aggiunge che “una delle più grandi bugie nel mondo della letteratura è che uno deve venire in città di tanto in tanto, altrimenti perde il tocco”. “Dio solo sa di cosa”. Comunque una cosa è certa: in “David Balfour” questo tocco Stevenson non l’ha perso.
E Stevenson non è da meno nel riconoscere i meriti di Barrie. In più di una lettera da lui vergata ricorre la parola “genio” per tributare all’amico un omaggio tanto sentito quanto solenne, già intuendo, come misura cautelativa, l’urgenza di evidenziare la grandezza letteraria di Barrie a beneficio dei contemporanei e dei posteri, affinché non pensassero che la fama del creatore di Peter Pan si identificasse solo con la fama della sua creatura. Quello di Stevenson non è soltanto un gesto di amicizia, ma anche un atto di fede nella letteratura.
