Dal magistero di Massimo Bontempelli, scrittore e saggista, e dal suo “realismo magico”, deriva la peculiarità della dimensione narrativa di Anna Maria Ortese, la cui cura del dettaglio non svapora nel didascalico: al contrario, è diretta ad alimentare uno sguardo prospettico che finisce per dilatare tempo e spazio. Ecco allora che la cifra surrealista – intimamente legata alla vocazione del “realismo magico” che non si accontenta di comunicare il dato cronachistico – s’impone come riferimento intorno al quale far ruotare personaggi, luoghi e azione. Esemplare, in tal senso, è “Il porto di Toledo” (1975), in cui il guizzo di una bizzarra trasposizione geografica fa dell’assenza una presenza, potente e dominante.
Nella prefazione alla seconda edizione, la Ortese scrive che il mondo “non le piace più”. La realtà ha cessato di esistere e le ombre hanno preso il posto dei corpi. In quest’ottica straniante s’inserisce il romanzo, che costituisce la trasfigurazione spagnoleggiante della giovinezza napoletana della scrittrice. Napoli “città di sogno, ispanica, terribile”, somma delle dinamiche della maniera narrativa della Ortese, diventa Toledo, la cui topografia rispecchia quella del centro del capoluogo campano. Come un mimo esperto ed agile, l’autrice realizza ammiccanti travestimenti. Il nome di Toledo rimanda a via Toledo, ma Toledo è anche città che non ha un porto (sorge infatti su una collina). Insomma, è come “il mare non bagna Napoli”, ovvero il titolo del libro con cui ella vinse il premio Viareggio nel 1953. Fa capolino quindi un ossimoro, che indica una privazione, una sorta di mare interrato, consistente nella frustrazione di un salpare che non ha mai luogo. Dichiara la Ortese: “Queste onde famose del golfo di Napoli sono inaccessibili, salvo che per alcune categorie di persone. Per altre, diletto e rischio, o almeno un’enorme stanchezza, sono indivisibili”.
Il romanzo è dedicato ad Anne, che il mondo ha derubato della sua “piccola vita”: bisogna dunque restituirle qualcosa, una forma di giustizia. Macchiatasi di un grave reato, alla fine del Settecento, a Londra, fu punita. Al processo, non si difese mai. Stette sempre zitta. La sua difesa, a distanza di tempo, la prende la Ortese, che ammette di tessere “una falsa autobiografia”. Ma, afferma candidamente, “questo è il meno”. Il romanzo non è dunque una storia vera, ma si configura come una “rivolta” contro la pianificazione umana. Si è di fronte, paradossalmente, ad un falso geografico che attacca i falsi valori sui quali si vorrebbe costruire una civiltà che mortifica, livellandola e smussandola, l’identità dell’individuo. Il porto, punto di partenza e di approdo per gente “dalle mille storie e dalle mille avventure”, si erge a testimone silenzioso ma vigile della storia che si dipana nel segno di una quotidianità caotica e affaccendata. Quel porto non esiste, ma la maestria espressiva della Ortese gli conferisce un palpabile ed eloquente rilievo.
Il porto, nella dicotomia di assenza-presenza, si fa alleato di una serrata polemica ingaggiata dalla scrittrice, che si scaglia contro la cultura che si presume sia nuova. Ma così non è. Essa è piuttosto “una coltivazione di virus”.
“Toledo non esiste – ribadisce -, ma la sfida con cui scrissi queste pagine aberranti, stilisticamente atroci (contro il Naturale), rimane. Sfida ai sostenitori di una verità diversa da quella della dannazione e del crimine in cui viene immerso, dalla Cultura, il reale, che viene dato come Ragione e Bellezza”. Ma non è bellezza, è mistificazione. Di conseguenza, il mutuato “realismo magico” della Ortese la porta a considerare il Naturale come “inganno” e “pietrificazione” dell’uomo, il quale, senza mutamento di animo e di linguaggio, non è che contraddizione. E tale dramma si consuma in una dimensione surreale, ma non per questo meno reale e pervasiva, mentre onde fittizie s’infrangono contro gli argini di un porto che non c’è, ma che esiste.
