E’ un orto spoglio, non ravvivato da forme di vegetazione, quello dipinto da Giovanni Bellini, tra i più celebri artisti del Rinascimento. Non potrebbe essere altrimenti, trattandosi dell’orto in cui Gesù eleva una preghiera al cielo prima della Passione. Il quadro, intitolato “Orazione nell’orto” e realizzato nel 1459, si ispira alla composizione, omonima, di Andrea Mantegna, datata 1455. L’ispirazione non comporta, tuttavia, un’identificazione nel modello. Infatti si riscontrano differenze tra le due opere. Quella di Mantegna ha un tratto più rude, con contorni resi con pennellate che risultano brusche, quasi aggressive; l’orto di Bellini è più levigato, con tonalità coloristiche più morbide e miti. Il paesaggio si perde in dolci colline digradanti all’orizzonte, nel segno di una prospettiva naturale e spontanea, sottratta a ogni artificiosità. Questa impostazione più discreta non toglie incisività al senso del dipinto, in cui si manifesta con evidenza la solitudine di Gesù. Nel contesto di un orto in cui la presenza della natura è solo accennata (con macchie di verde sullo sfondo), Gesù viene raffigurato in ginocchio mentre prega: è collocato su uno sperone rialzato del monte degli Ulivi, che presenta una forte somiglianza con un altare. Egli si rivolge ad un angelo che gli appare reggendo il calice eucaristico, prefigurazione della Passione. Sotto la figura di Gesù sono collocati tre discepoli addormentati (Pietro, Giacomo e Giovanni). Il loro sonno, altamente simbolico, costituisce la principale chiave interpretativa per comprendere, in profondità, la solitudine cui è consegnato Gesù nella fatidica ora della prova.
