Il cardinale Jacopo Serra, Legato di Ferrara dal 1616 al 1623, rimase colpito dal quadro che Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino, aveva sottoposto alla sua attenzione. Il dipinto, raffigurante il “Ritorno del figliol prodigo” fu definito “bellissimo” dal porporato. Questa valutazione rappresentò una svolta nella carriera dell’artista: da allora, infatti, il cardinale Serra lo convocò di frequente a Ferrara per commissionargli numerose opere, tra le quali figurano “Sansone e i Filistei” e “Resurrezione di Lazzaro”. Ispirato alla parabola del Vangelo, “Ritorno del figliol prodigo” si concentra sul momento immediatamente successivo all’accoglienza del giovane, rientrato nella casa paterna dopo aver dissipato la propria parte di eredità. La scena presenta tre mezze figure disposte da sinistra a destra: il figliol prodigo, il padre e il figlio fedele. La composizione risulta animata, quasi concitata, in virtù del fitto intreccio di gesti che la caratterizza. Il padre e il figlio fedele si adoperano alacremente per rivestire il prodigo: la sua camicia strappata (un elemento di importanza strategica in funzione della narrazione pittorica) sta per essere sostituita da una linda tunica bianca. Come pure è strategica la collocazione della figura del padre, posto al centro della tela per costituire un legame, fisico e simbolico, tra i due figli. Il volto del prodigo è in ombra e il suo gesto di svestirsi allude alla condizione di sottomissione e di rinnovamento. L’atmosfera generale del quadro si risolve in un chiaroscuro: la luce soffusa contribuisce a suggerire una dimensione di trepida sospensione.
