Non ebbe certo vita facile Manet quando cercò di imporsi nel mondo dell’arte. Non mancarono, infatti, i detrattori, anche di illustre rango. Appena fece il suo ingresso nel “Salon des Refusés” (era il 1863) Napoleone III vide il dipinto “Colazione sull’erba” e non ebbe esitazione nel definirlo “un’offesa al decoro”. La consorte Eugenia – raccontano i cronisti dell’epoca – non degnò il quadro nemmeno di uno sguardo. Quando un’altra tela, “Olympia”, venne esposta, nel 1865, sempre al “Salon des Refusés, suscitò subito scandalo. A quel tempo non poteva essere altrimenti, a motivo delle esibite nudità del soggetto e la sua espressione sospesa in una dimensione tra il sensuale e il provocante.
Dapprima fu deciso di togliere il quadro, poi si addivenne ad un compromesso: la tela fu collocata il più in alto possibile, sopra la porta dell’ultima, remota stanza della mostra. Gli organizzatori speravano così che i visitatori non riuscissero a distinguere – considerando la distanza che li divideva dalla composizione – se si trattava di “carne nuda” o di “un banale involto di panni da portare in lavanderia”, come si legge in un articolo pubblicato su “Le Journal des Arts”.
Manet pagava lo scotto – e il conto glielo presentavano i retrogradi e azzimati benpensanti – di essere “fuori dal coro”: espressione, questa, coniata da Baudelaire, che riconosceva al pittore il merito di aver operato una frattura con l’arte tradizionale, sia dal punto di vista della forma che della sostanza. Prima di Manet i coloro erano chiari: con lui sono quelli scuri a dominare la tela. Prima di Manet, i soggetti privilegiati erano quelli storici e mitologici: con lui irrompono il presente e la quotidianità. “L’artista deve dipingere solo quello che vede” sentenziava con inscalfibile categoricità.
Ma non ci furono solo detrattori, ma anche ammiratori, anche esimi, quali (oltre a Baudelaire) Mallarmé e Zola. Questi apprezzava tanto il suo linguaggio figurativo da chiedergli, ogni volta che scriveva un libro, di raffigurarne, sulla tela, lo spirito e la lettera. Del metodo compositivo di Manet, lo scrittore coglieva, in particolare, un aspetto: l’”avanzata” dei soggetti verso lo spettatore. “Sembra – scriveva – che essi vogliano uscire prepotentemente dalla tela, anche con lo sguardo, sia sornione che rapace, e rompere il muro che li divide dalla realtà esterna”.
