Le opere di Tintoretto sono come una rivelazione. Secondo i criteri di giudizio della critica d’arte ufficiale, Michelangelo, Tiziano e Raffaello rappresentano l’eccellenza nel sedicesimo secolo. Tuttavia, negli ultimi quattro secoli la critica ha gradualmente rivalutato la sua produzione, chiedendosi se anche lui non sia da mettere alla stessa stregua dei tre “giganti”. Lo scrittore e critico d’arte britannico John Ruskin, durante il suo primo soggiorno a Venezia, scrisse a proposito di Tintoretto: “Finora non ero mai stato così travolto e stordito dalla forza di un umano intelletto. Di fronte a questo artista mi inchino, poi alzo gli occhi e quindi lo pongo in cima ad ogni cosa. Solo oggi, grazie a lui, ho scoperto che cosa è veramente la pittura”. Tintoretto fu un artista di audace originalità e dotato di una tecnica stupefacente. I suoi quadri erano innervati di un robusto respiro epico: non a caso lo scrittore Henry James lo paragonò a Shakespeare e lo storico dell’arte Bernard Berenson a Tolstoj. La reale misura della sua arte può essere compresa, come sottolineava Ruskin, solo a Venezia, città natale di Tintoretto e dove trascorse l’intera vita. Basti pensare alla serie di dipinti commissionatigli per la confraternita della scuola di San Rocco tra il 1565 e il 1588. La sua “Crocifissione” fu definita da El Greco “la migliore opera mai realizzata”.
Notevole, poi, fu la sua influenza su artisti del calibro di Rubens e di Velazquez. Tintoretto – come evidenzia il critico Andrew Butterfield in un saggio pubblicato sul “New York Review of Books” – fu una figura animata da una “titanica ambizione” e galvanizzata da una “totale sicurezza di sé”. Prima ancora di mettere mano ad una pittura o a un disegno, egli era sicuro che sarebbe diventato un grande artista: parlando con la gente, non ne faceva mistero. Le sue prime opere – si rileva nel saggio – tradiscono una certa “rudimentalità”. I colori sembrano gettati sulla tela con noncurante abbandono, senza un metodo preciso e disciplinato. Tuttavia, al contempo, esse sono indicative del sentire dell’artista, poiché rivelano un’aperta insofferenza nei riguardi delle consolidate, e supinamente accettate, norme della pittura italiana. Ardente, infatti, era il suo desiderio di dare vita a qualcosa di “ardito” e di “nuovo”. Nel “Dialogo sulla pittura”, scritto nel 1548, il teorico dell’arte Paolo Pino affermava, significativamente, che se Tiziano e Michelangelo fossero stati una sola persona, se il disegno di Michelangelo si fosse integrato, in perfetta sintesi, con il colore di Tiziano, “avremmo avuto la suprema divinità della pittura”. Al raggiungimento di questa sintesi si ispirò sempre, con riconosciuto successo, l’arte del Tintoretto.
