La storia è stata crudele. Non può che essere questo il verdetto al termine di un processo di disgregazione che ha investito un patrimonio librario di valore eccelso. In “Biblioteche perdute. Il destino dei libri di F. Dostoevskij, O. Mandel’stam e I. Brodskij” (Macerata, Bibliohaus, 2023, pagine 139, euro 15) Lucio Coco ripercorre, con acribia e passione di studioso, l’itinerario del giacimento cartaceo dei tre grandi scrittori russi. E’ triste il bilancio. Dei circa seicento volumi degli scaffali di Dostoevskij, ne restano una trentina. La moglie di Mandel’stam, Nazdezda, afferma che “i libri del marito erano più di mille”: ora ne restano una cinquantina. Sparute notizie si hanno della biblioteca di Brodskij: manca, infatti, un inventario di quello che c’era, di quello che resta e di quello che è andato perduto. In appendice al saggio, a cura di Ludovica Gatta, vi sono i cataloghi dei libri “superstiti” di Mandel’stam e di Brodskij.
“Questo libro – scrive Enrico Freda nella prefazione – non è soltanto il racconto partecipe e accorato della mala ventura occorsa lungo il fluire dei giorni alle biblioteche di tre autori esemplari della letteratura russa, un’esplorazione attenta dei capillari sentieri di una diaspora. E’ anche no spiraglio sulle suggestioni letterarie che ne hanno nutrito la vita, l’animo, la scrittura”. Al contempo il saggio si configura come una testimonianza della “funzione formativa” dei libri, come una riflessione sulla loro importanza quale strumento di trasmissione del pensiero e come una rivelazione della loro “potestà taumaturgica”.
Nella premessa Lucio Coco rileva che il titolo “Biblioteche perdute” potrebbe sembrare “non molto chiaro”. Anche le biblioteche saccheggiate, depredate, bruciate sono delle biblioteche perdute. “Perciò – afferma – occorre fare una precisazione linguistica”. Qualcosa di perde non solo perché va distrutta. Perché si perda una cosa non è necessaria una “conflagrazione” dopo la quale non resta più niente. Una cosa di perde semplicemente perché nel corso del tempo, senza un particolare avvenimento che ne determini la fine, si scompagina, smarrisce l’unità per assumere “una forma pallida e sbiadita di non esistenza”. Ecco allora che queste biblioteche sono “perdute” perché hanno lentamente esaurito la loro sostanza: nell’intrecciarsi di giorni ed eventi, di tempo e di storia, senza che ci fosse una vera catastrofe che le annichilisse, esse hanno gradualmente terminato le loro ore “in un niente che si sfarina come polvere nelle mani di chi oggi cerca di trattenere qualcosa”. Di un simile tentativo, tanto arduo quanto generoso, è testimone questo prezioso lavoro.
Al di là della documentazione, ricca e accurata, che fa del saggio un riferimento di eccezionale valore anzitutto per i bibliofili, spicca nella trattazione l’elemento della curiosità aneddotica che non svolge certo una funzione marginale nell’economia del testo: al contrario, lo nutre e lo completa, perché serve a far capire meglio il contesto in cui i tre scrittori operavano. Coco cita la controversa vicenda che vide opporsi Dostoevskij e l’editore Stellovskij, il quale, con un contratto capestro, aveva preteso di stampare per dieci anni tutte le opere dello scrittore se non venivano rispettate precise scadenze nella consegna del lavoro. Torreggia, in questo scenario, la figura della moglie di Dostoevskij, Anna Grigor’evna, che si prodigò, con varie iniziative e cataloghi mirati, nell’impegno di conservare la produzione letteraria del marito.
Frugando tra gli scaffali di Mandel’stam, Coco rileva che nella sua libreria una parte consistente era occupata dagli autori italiani, tra i quali Dante, Ariosto, Tasso, Petrarca, in originale e in traduzione. E’ quindi da rilevare che per avere un’idea dei suoi “cattivi rapporti” con il regime sovietico, va considerato che Marx era stata una lettura dei tempi del liceo e poi “era finita lì”. Al contempo aveva rifiutato di accettare la “Dialettica della natura” di Engels, di cui gli aveva fatto dono Isaija Leznev, chiamato da Stalin in persona a dirigere a metà degli anni Trenta la pagina culturale della “Pravda”. In generale la letteratura marxista non era presente sugli scaffali del poeta, tant’è che nel ’34, durante una perquisizione il funzionario della Ceka chiese dove tenesse i libri marxisti, colpito dal fatto che era “la prima volta che arrestava una persona che non aveva libri di Marx”.
Ad esemplare testimonianza della passione di Brodskij per la lettura c’è un passo del suo saggio “Less Than One” che recita: “Eravamo lettori insaziabili, e ciò che leggevamo creava in noi uno stato di assuefazione, di dipendenza. I libri ci tenevano in loro potere, ed era un potere assoluto. Nella sua etica questa generazione è stata tra le più libresche della storia russa. I libri diventavano la realtà prima ed unica, mentre la realtà stessa era considerata qualcosa di assurdo o di molesto”. Il primo libro che ilo giovanissimo Brodskij prese in prestito alla biblioteca municipale di San Pietroburgo fu “Il giardino delle rose” del poeta persiano Saadi, il secondo “La maison Tellier” di Maupassant. Tra gli autori che esercitarono una significativa influenza su Brodskij figura Wystan Hugh Auden, da lui definito “la più grande mente del ventesimo secolo”. Il 4 giugno del 1972 Brodskij lasciò la Russia. I volumi della libreria di Leningrado non li avrebbe mai più rivisti. “Molte cose – osserva Coco – sarebbero cambiate anche per la città nei ventiquattro anni in cui visse all’estero. Un regime sarebbe caduto, la stessa città avrebbe cambiato di nuovo nome e si sarebbe tornata a chiamare Pietroburgo”. Tanti avvenimenti di una storia che forse neppure Brodskij sarebbe riuscito a immaginare durante quel viaggio di sola andata.
