Nell’invitare i parlamentari ad essere cauti nelle trattative con i nemici, diffidando della loro dichiarata realtà, Montaigne adduce l’esempio di Lucio Marcio, legato dei Romani. Questi, nella guerra contro Perseo, re di Macedonia, volendo guadagnare il tempo necessario per mettere a punto il suo esercito, formulò ingannevoli proposte di accordo. Lasciandosi irretire da tali proposte, il sovrano concesse una tregua di alcuni giorni, dando così al nemico l’opportunità di armarsi. In questo modo il re andò incontro alla sua rovina.
Accadde così che gli anziani del Senato, memori dei costumi dei loro padri, giudicarono questo modo di agire contrario alle antiche usanze le quali – essi dicevano – consistevano nel combattere con il valore, non con l’astuzia, non con sorprese, non finte fughe. “Questi erano – scrive Montaigne – gli usi dei Romani, non della doppiezza greca e dell’astuzia punica, per cui vincere con la forza è meno glorioso che vincere con la frode. L’inganno può servire per riuscire, ma si riconosce vinto solo colui che sa di esserlo stato non per l’astuzia né per il caso, ma per il valore, un esercito di fronte all’altro, in una guerra leale e giusta”.
Il filosofo francese ricorda che lo storico Polibio amava sottolineare che gli Achei detestavano qualsiasi forma di inganno nelle loro guerre, “non stimando vittoria se non quella in cui è sconfitto il coraggio dei nemici”.
Nel regno di Ternate, fra quei popoli che “noi con tanta sicumera chiamiamo barbar”, il costume vuole che non si intraprenda una guerra senza averla prima annunciata, aggiungendo un’ampia dichiarazione dei mezzi che si useranno, quali e quanti uomini, quante munizioni, quali armi offensive e difensive.
Gli antichi fiorentini, poi, erano così lontani dal volere acquistare vantaggio sui loro nemici “con la sorpresa”, che li avvertivano – un mese prima di metterli in campo – con il suono a distesa della campana che chiamavano Martinella.
“Quanto a noi, meno scrupolosi, – osserva Montaigne – riteniamo che acquisti onore dalla guerra chi ne sa approfittare e che come il militare spartano Lisandro, citato da Plutarco, finisce per cucire un pezzo della pelle della volpe laddove non arriva la pelle di leone, giustificando così il ricorso all’astuzia in guerra.
