E’ un viaggio all’interno della letteratura inglese “Il lettore comune” (1925) di Virginia Woolf, durante il quale si sviluppa un sfida contro l’establishment della critica ufficiale. La scrittrice inglese veste ella stessa i panni del “lettore comune”, che differisce sia dal critico, sia dallo studioso. “E’ meno colto, e la natura non è stata con lui altrettanto prodiga di talento – scrive la Woolf -. Legge per il proprio piacere e non per impartire la sua cultura o per correggere opinioni altrui. Lo guida, in primo luogo, l’istinto di voler creare per sé, derivandolo dai vari elementi in cui potrà imbattersi, un qualche quadro d’insieme, ovvero il profilo di una persona, il ritratto di un’epoca, una teoria sull’arte dello scrivere”. Uscito per la Hogarth Press il 23 aprile di cent’anni fa, “Il lettore comune” raccoglie ventiquattro saggi, venti dei quali selezionati dai 355 pezzi tra recensioni e saggi che la scrittrice aveva pubblicato a partire dal 1904.
L’opera è composta da quattro gruppi di saggi. Il primo, partendo da Chaucer, include l’età elisabettiana; il secondo esamina il Seicento e si estendo fino ad Addison e Defoe; il terzo presenta le quattro grandi figure dell’Ottocento (Jane Austen, Charlotte ed Emily Bronte, George Eliot); il quarto è riservato agli autori contemporanei). I capitoli dedicati alla letteratura straniera, o ai minori, servono sia come pietra di paragone per meglio valutare la scrittura inglese (i saggi dedicati ai greci, a Montaigne, ai russi), sia come approfondimento di studio che non dimentichi l’humus, il sottobosco letterario spesso trascurato dalla critica ufficiale.
I giudizi espressi di volta in volta dalla Woolf sono sempre ispirati a un equilibrio che non preclude certo affondi, né una perentoria incisività. “Per quanto potente, la noia suscitata da una dramma elisabettiano è comunque diversa da quella inflitta da un dramma ottocentesco – rileva -. L’affollarsi disordinato delle immagini, la ridda violenta del linguaggio, tutto ciò che sazia e risulta eccessivo negli elisabettiani sembra risolversi in una vampata, proprio come un fuocherello risucchiato da un foglio di giornale”.
E’ una perla il saggio su Jane Austen, la quale “occupa un posto tra gli scrittori satirici più feroci di tutta la letteratura”. La Austen, nei suoi romanzi, non intende riformare la gente, e nemmeno annientarla. Preferisce tacere. “Uno dopo l’altro – osserva la Woolf – crea gli idioti, i saccenti, i mondani. Li stringe entro un cerchio con la sferzata di un detto mordace che, racchiudendoli, ne fissa per sempre le figure. E lì rimangono, senza attenuanti, senza compassione”. La Austen amministra ai suoi personaggi “una sorta di giustizia divina”. E a volte si ha l’impressione che certe creature nascano solo per dare a lei “la gioia immensa di poterle decapitare”.
Sono libri “straordinariamente leggibili” quelli di George Eliot, senza pompa e senza sfarzi. In questo scenario spicca “Middlemarch”, un’opera “splendida” che, nonostante tutte le imperfezioni, “è uno dei pochi romanzi inglesi scritti per chi è diventato adulto”. La Eliot è una scrittrice che “vive di passato”: solo in esso ella si riconosce. Ma questo non è un limite. Si configura piuttosto come “una base di lancio” dalla quale proiettare passioni, fremiti, progetti e sogni. Al contempo La Eliot aveva un forte interesse per le vicende quotidiane e si trovava “del tutto a suo agio” nell’indagare il tessuto casalingo di gioie e dolori comuni. “Non le appartiene – evidenzia la Woolf- quel fiero romanticismo associato alla consapevolezza della propria individualità insoddisfatta e indomita che si staglia netta sullo sfondo del mondo”.
In un lampo la Woolf è capace di cogliere il nocciolo del romanzo russo: è l’anima la sua vera protagonista. E cita, in merito, Dostoevskij, i cui romanzi sono “vortici in ebollizione, turbinose tempeste di sabbia, getti d’acqua che ci risucchiano”. Sono romanzi che consistono essenzialmente della materia di cui è fatta l’anima. Tolto Shakespeare, “non esiste lettura più elettrizzante”. Dostoevskij non si cura di informare il lettore del luogo in cui una scena di svolge, se in un albergo o in una camera ammobiliata. Per lui conta solo l’anima, “il suo tumultuare, il suo sorprendente miscuglio di bellezza e di abiezione”. Lo scrittore, anche quando è stanco, non si interrompe e va avanti. Non è capace di frenarsi, e “ci rovescia addosso, caldissima, scottante, mista, meravigliosa, terribile, opprimente, l’anima umana”.
