Un lamento intriso di nostalgia che racchiude in sé una fiera protesta contro chi, ingrato, volge le spalle alla propria terra natia. E’ il lamento intonato da Corrado Alvaro nel racconto intitolato “La cavalla nera”.
“Il mio vicino pareva un uomo di coccio, anch’io sembro di coccio, tutti al mio paese sembriamo di coccio – afferma la voce narrante -. Però noi altri quando usciamo dai nostri luoghi diventiamo tutt’altra gente. Rimaniamo di coccio all’apparenza, e chi ci vede spuntare, sa di che cosa si tratta, ma fingiamo di non conoscere più il dialetto, di non ricordarci più chi eravamo. Insomma, di non essere più quelli”. La voce narrante cita quindi il suo amico Bosso, il quale si esprimeva male in italiano e, al contempo, non ricordava una parola di dialetto. Bosso era stato in giro per il mondo per più di trent’anni e aveva finito per assumere “gesti e modi forestieri”. Aveva conservato, tuttavia, “il modo proprio delle nostre parti, ovvero quel camminare impettito che è tutta la nostra scontrosità”.
Bosso chiede alla voce narrante se “il nostro vecchio paese sta sempre allo stesso posto”. Una domanda che lascia interdetto l’interlocutore, il quale si limita, mesto, a confermare l’evidenza: “Certo che è al solito posto”. Già in precedenza Bosso aveva fatto intuire che le sue radici natie erano state in gran parte recise quando aveva affermato che ormai lui i limoni e gli aranci le vedeva soltanto al mercato, e non più appesi nei campi. “Il suo era un mezzo molto elementare per farmi intendere che lui era ormai soltanto civile e cittadino” aveva commentato, con una venatura di amarezza, la voce narrante.
Essa, allora, richiama un fatto assai eloquente. “Una volta viaggiavo con una monaca che mangiava della frutta – rammenta -. Ella tornava in un convento di Marsiglia, ma da come mangiava la frutta capii che veniva dai miei paesi. Ed era così”. Si esprimeva male in francese e, allora, per rendere più facile la conversazione, la voce narrante le propose di usare il dialetto dei loro luoghi. “Mi guardò stupita e mi disse che non ne intendeva una parola – rileva -. Mangiava però la frutta come usa da noi e aveva un gesto che io ricordo sempre e che sempre ritrovo, quell’abbandonare la mano sul ginocchio col frutto in pugno, il corpo disteso in una specie di sosta meridiana, la testa rovesciata, e quel modo lento e riflessivo di masticare che è tutto un fantasticare sulla vita”.
Così stanno le cose. “Noi ci vogliamo dimenticare di quello che eravamo e raccontiamo delle favole quando parliamo di noi – dichiara la voce narrante -. Bugie innocenti, si capisce, perché siamo fantastici e ci figuriamo le cose che abbiamo veduto come vorremmo che fossero”.
Quella monaca, dunque, non voleva ricordare né il suo paese, né il suo dialetto.
