Un eccellente “studioso di gabinetto” è definito Ariosto dall’arguta e sbrigliata penna di Giovanni Papini. Nell’autore dell’”Orlando furioso” lo scrittore e saggista riconosce un umanista colto che “nella memoria vivace aveva a disposizione un repertorio ben fornito di modi e paragoni”. Come una macchina “senziente e scrivente”, che può esprimere e adornare tutti i temi possibili, Ariosto dà prova di essere capace di un’imitazione “savia ed elegante”. Ha osservato lo scrittore e storico Alfredo Oriani, che Ariosto “mette la stessa verità nel fantastico e nel reale, accorda la medesima importanza a tutti gli episodi, prodiga la stessa bellezza a tutti i contenuti”.
Sulla base di questa valutazione, “corretta e calzante”, Papini rimarca che questa “indifferenza” ed “uguaglianza” sono proprie del letterato che non si appassiona a quello che dice. “Il poeta vero – dichiara Papini – è parziale, ama e odia, fa sentire questa parzialità anche nello stile”. Il saggista rileva quindi che mentre Dante pronuncia “parolacce di becero” contro i nemici e ha “modulazioni d’angelo” quando parla dei santi (di conseguenza tutto è vario, dal vocabolario all’accento, dalla sintassi al ritmo), Ariosto nei quarantasei canti del “Furioso” non produce “una disuguaglianza, uno sbalzo, un’alzata di tono”. Il poema è rigidamente uniforme: unico il sapore, unico il colore. E’ “difficilissimo” dunque selezionare un’antologia ariostesca, perché latitano “i punti massimi, estremi e conclusivi”. Mancano, insomma, “lo scatto divino, l’alzate di spalle del genio”.
Formulate queste riserve, sono quindi celebrate le virtù dell’uomo di lettere. “Ariosto – scrive Papini – aveva gusto e coltivava buone letture. Le sue ottave sono costruite bene, filano che è un piacere. Armoniosi sono i suoi versi, con gli accenti al posto giusto e gli epiteti in equilibrio”. A sua volta il linguaggio non trascende nel plebeo, fondendo esso felicemente elementi popolari e latinismi. Nel leggere il poema “sembra di viaggiare attraverso un paese ben curato, con giardini e ville in mezzo, con belle colline, non troppo alte, per una strada che fa molte giravolte, ma poco sale e poco scende”. Nel frattempo “in alto il cielo è sereno, ma senza sfoggi”.
Se da un lato leggere il “Furioso”, nel suo complesso, è una delizia, dall’altro si può avvertire un po’ di noia. Infatti non ci si imbatte mai in una montagna, non si viene mai sorpresi da un temporale, e mai si consuma “uno strappo al cuore”. Ariosto sa comporre “versi bellissimi”, ma tali versi sono tutti di un peso e di una misura, fabbricati con lo stesso modello. Dal poema deriva “un senso di perfezione” che a forza di essere continua finisce col sembrare “mediocre”. Il senso dell’obiettività si illanguidisce nella freddezza e il senso dell’eleganza, ornamentale e cortigiana, “fa pensare piuttosto all’inchiostro e alla lima che alla criniera ventosa di Pegaso e alla santa pazzia dei poeti”.
La poesia – dichiara Papini – è “mestiere ed esperienza, cognizione e riflessione”. Ma c’è dell’altro. “Se la poesia fosse questo soltanto – chiosa – Ariosto sarebbe tra i primissimi poeti del mondo”.
