Non è certo difficile trovare, nella narrativa del Novecento, pagine intrise di cupa malinconia e con accenti di rassegnata disperazione. Pagine che, generalmente, si configurano come il punto di arrivo di un doloroso e travagliato scandaglio interiore: di conseguenza, esse si collocano non prima della metà di un’opera, le cui fasi iniziali tendono a svolgere una mirata funzione di premessa e di preparazione alla successiva espressione, libera e potente, dei sentimenti: il tutto nell’ottica di un crescendo di umori e di pulsioni in vista del gran finale. E’ in netta controtendenza rispetto a questo scenario “Dietro la porta”, il quarto libro del ciclo “Il romanzo di Ferrara” (1964) di Giorgio Bassani. Rompe, infatti, ogni indugio l’inizio, così folgorante e perentorio da assumere già la gravità e la solennità di una chiusa.
“Sono stato molte volte infelice nella mia vita – irrompe così l’incipit -. Da bambino, da ragazzo, da giovane, da uomo fatto”. Quindi l’io narrante, anonimo, rincara la dose: “Molte volte, se ci ripenso, ho toccato quello che si dice il fondo della disperazione”. Tra i periodi più neri s’impongono i mesi di scuola fra l’ottobre del 1929 e il giugno del 1930, quando il protagonista – un ragazzo ebreo di Ferrara – frequentava il primo liceo.
Gli anni trascorsi da allora non sono in fondo serviti a niente. Essi, infatti, non hanno medicato un dolore che è rimasto là come “una ferita segreta, sanguinante in segreto”. Guarirne? Liberarsene? “Non so se sarà mai possibile” dichiara, con pronunciata mestizia, il ragazzo. Fin dai primi giorni si era sentito spaesato, profondamente a disagio. Non gli piaceva l’aula dove, insieme ai suoi compagni, lo avevano messo: un’aula posta al termine di un corridoio lontano da quello, “allegro e familiare”, su cui “rispondevano” le tredici porte delle classi ginnasiali divise nelle tre sezioni delle inferiori e nelle due classi superiori.
Al giovane ebreo non piacevano i nuovi insegnanti, dai modi distaccati e ironici, che scoraggiavano ogni confidenza, quando addirittura non promettevano per l’immediato avvenire – come il titolare di latino e greco, Guzzo, e come la Krauss, di chimica e scienze naturali – regimi di una severità e di una durezza “poco meno che carcerarie”. Non gli piacevano i nuovi compagni provenienti dalla quinta A, ai quali “noi della B eravamo stati aggiunti”. Essi, infatti, erano diversissimi. “Mi pareva – afferma – che fossero più bravi, più belli, appartenenti a famiglie forse migliori delle nostre”. Gli alunni della quinta A erano, insomma, “estranei, irrimediabilmente”.
Lo studente non riusciva né a comprendere né a giustificare il comportamento di molti dei suoi compagni che, a differenza di lui, avevano subito cercato di fare comunella con i ragazzi della A, ripagati di “uguale simpatia” e di “pari disinvolta arrendevolezza”. Di fronte a queste scene, l’io narrante rimaneva sempre “costernato”. E’ possibile, si chiedeva, “scontento e geloso”, che tutto ciò accade? La sua fedeltà – racconta – era stata “crudelmente offesa” già dal primo giorno di scuola, quando aveva scorto da lontano il professor Meldolesi, suo insegnante in quinta di materie letterarie, “sparire alla testa della sua nuova quarta giù per il corridoio: quel corridoio vietato, ormai, dove lui non avrebbe messo più piede. La sua “assurda” fedeltà avrebbe preteso che “una linea di demarcazione invisibile” continuasse a separare al liceo “i superstiti” delle due vecchie quinte di modo che gli alunni della B fossero “protetti e garantiti per sempre da ogni tradimento e da ogni contaminazione”.
E’ una narrazione, quella tessuta da Bassani, meticolosamente impostata e calibrata sul vibratile registro dei sentimenti: un registro simboleggiato dal sentire, al contempo delicato e suscettibile, del protagonista. La circostanza, rammenta, che più lo amareggiava era che Otello Forti – il suo vecchio compagno di banco fin dai tempi delle elementari – non ce l’avesse fatta a superare l’esame di quinta. Non solo adesso non l’aveva più vicino, seduto come sempre alla sua destra, ma non avrebbe più potuto ritrovarsi con lui nemmeno fuori, all’uscita di scuola a mezzogiorno.
Privo di Otello, senza più poter sentire accanto a sé la sua presenza – a dire il vero “massiccia e un po’ opaca” – e non più stimolato, e magari irritato, dalla ruvida e tuttavia affettuosa riserva esercitata nei suoi confronti ogni volta che facevano i compiti, il protagonista prova un dolore persistente, “l’irrimediabile senso di vuoto dei vedovi”. Infatti, che cosa contava che lui gli scrivesse da Padova lettere nelle quali effondeva, con insospettata e brillante eloquenza, il suo affetto? E che cosa contava che l’io narrante gli rispondesse con non minore effusione? La verità è che uno era a Ferrara, l’altro a Padova, e che Otello Forti, con “l’improvvisa chiarezza e maturità di tutti gli sconfitti”, aveva acquisito più consapevolezza rispetto al suo caro amico di questa “insuperabile realtà”.
