La prima e l’ultima volta che Giorgio Bassani vide Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa, fu nell’estate del 1954, a San Pellegrino Terme (in provincia di Bergamo) in occasione di un convegno di letterati. Di lì a poco il principe avrebbe dato alle stampe “Il Gattopardo”, il cui manoscritto, senza firma, prima della pubblicazione (postuma) giunse – tramite un’amica – nelle mani dello scrittore bolognese.
“Era un signore alto, corpulento, taciturno – ricorda Bassani -. Pallido in volto, del pallore grigiastro dei meridionali di pelle scura. Dal pastrano accuratamente abbottonato, dalla tesa del cappello calata sugli occhi, dalla mazza nodosa a cui, camminando, si appoggiava pesantemente, uno lo avrebbe preso a prima vista per un generale a riposo, o qualcosa di simile”.
Quell’anonimo manoscritto, da principio, rappresentò un mistero. Ma letto “il delizioso fraseggio” dell’incipit, Bassani aveva subito intuito che si stava accingendo ad apprezzare pagine vergate da un vero scrittore. “La lettura completa del romanzo, poi, che esaurii in pochissimo tempo, non fece che confermarmi nella prima impressione” sentenzia.
Bassani si cimentò subito nel compito di svelare l’identità dell’autore e scoprì, in breve tempo, che si trattava di quel principe conosciuto a San Pellegrino Terme. Allora partì per Palermo (Giuseppe Tomasi era, nel frattempo, deceduto) dove ebbe un illuminante colloquio con la moglie, la baronessa Alessandra Wolff-Stomersee. Ella gli raccontò che appena tornato da quel convegno, il marito si era messo al lavoro e in pochi mesi, un capitolo dopo l’altro, aveva composto il libro. Dopo averlo diligentemente ricopiato, si erano manifestati i primi sintomi di quella malattia che in poche settimane lo avrebbe ucciso.
A Bassani la moglie confidò che venticinque anni prima il principe aveva annunciato di voler scrivere un romanzo storico, ambientato in Sicilia all’epoca dello sbarco di Garibaldi a Marsala e imperniato sulla figura del suo bisnonno paterno, Giulio di Lampedusa, astronomo. ”A quel romanzo ci pensava continuamente, ma non si decideva mai a cominciare” rammentò la baronessa.
Nell’elogiare il testo, Bassani gli riconosce ampiezza di visione storica, unita ad “un’acutissima percezione” della realtà sociale e politica dell’Italia di allora. Inoltre lo scrittore esprime un grande apprezzamento per il fine senso dell’umorismo, per la forza lirica e per lo stile espressivo, “a tratti incantevole”. Tutte queste qualità hanno contribuito a fare di questo romanzo “un’opera di eccezione”, una di quelle opere “a cui si lavora o ci si prepara per tutta una vita”.
Come nei “Viceré” di Federico De Roberto, è di scena, anche ne “Il Gattopardo” una famiglia dell’alta aristocrazia isolana, colta nel momento rivelatore del trapasso di regime, mentre già incalzano i tempi nuovi. “Ma se la materia del ‘Gattopardo’ ricorda molto da vicino quella del gran libro di De Roberto – dichiara Bassani -, è lo scrittore, il modo come questi si pone di fronte alle cose, a differire sostanzialmente”. In Giuseppe Tomasi non si riscontrano residui di pedanteria documentaria e di blando oggettivismo naturalistico. Incentrato fondamentalmente su un unico personaggio, il principe Fabrizio Salina, il romanzo concede assai poco – “e questo poco non senza sorriso” – all’intreccio e al romanzesco, così cari alla narrativa europea dell’Ottocento. In questo senso, suggerisce Bassani, Tommasi di Lampedusa andrebbe accostato a Vitaliano Brancati o ad alcuni grandi scrittori inglesi, come Edward Morgan Forster.
Nel raccomandare la lettura, “da capo a fondo”, del romanzo, una lettura da compiere “con quell’abbandono che pretende per sé la vera poesia”, lo scrittore si dice sicuro che i lettori avranno il tempo di innamorarsi dei personaggi del “Gattopardo”, entro i quali il principe “se ne sta chiuso chiuso”: da Fabrizio a Tancredi, da Angelica a Concetta, “il povero cane Bendicò compreso”.
