Punta sul contrasto lo scrittore Massimo Bontempelli, un contrasto illuminante, per definire compiutamente il significato dell’arte di Luigi Pirandello. “Si affacciò anima candida alla vita e all’intelligenza delle cose – afferma – in uno dei tempi meno candidi che si possano immaginare”. L’ultimo quarto dell’Ottocento, infatti, rappresentò una temperie in cui “la qualità principale era la scaltrezza”, estremamente lontana dal candore. Quel tempo, con gli anni che lo seguirono fino alla prima guerra mondiale, segnò la fine del mondo romantico, e nell’opera dello scrittore siciliano tale mondo e le sue “postreme istanze” vengono distrutte “fino all’ultima cellula”.
Pirandello, dopo questo atto di distruzione, comprese l’urgenza di dover ricominciare da capo e, aspirando a creare un’arte nuova, compì, d’istinto, un gesto audace: decise di non scegliere i suoi personaggi. Quasi tutta la produzione narrativa e teatrale prima di lui aveva gravato attorno all’immancabile protagonista, posto al sommo di un ben stabilito organigramma di caratteri. Questa rigorosa impostazione “senza appello” costituiva il lavoro fondamentale di ogni scrittore, cui spettava dunque il compito protocollare di operare una precisa scelta riguardo alla scala gerarchica dei personaggi.
Pirandello, invece, quella scelta non la fece. “Mise le mani in mezzo ad un coacervo di gente e tirò su come con le reti, uomini e donne a grappoli”, osserva Bontempelli. Come non li ha scelti, i personaggi non li ha neppure giudicati. Li ha presi come venivano, mostrando di accettarne leggi, convenzioni e costumi. L’umanità da cui attinge Pirandello non si indentifica in una massa, neppure in una folla: è piuttosto “un groviglio di anime non incapaci di ansie ma nude di energie”. In ognuno – perché quel groviglio è pur fatto di tanti “ognuno” – suppura una certa dose di “piccola volontà”, la quale, tuttavia, manca sempre di direzione.
Quello di Pirandello, afferma Bontempelli, sembra essere un mondo già pronto per l’ultimo respiro: un mondo cui basta il più lieve degli urti per diventare un cimitero. Ma dal pensiero della morte si passa subitaneamente, nell’universo pirandelliano, al germe della vita. Il dramma di ciascuno e di tutti che lo scrittore trascrive nella pagina e mette in scena a teatro si specchia, infatti, nella rappresentazione del primo movimento in cui nasce la vita: quella “smania” per cui è sufficiente che vengano versate gocce d’acqua sopra un po’ di terra per far sì che si scateni, evidenzia Bontempelli, ”un brulicare di vite vegetali e animali, le quali stavano impazienti in un angolo dell’increato ad aspettare”.
