Era stato a Parigi, poi a Vienna, quindi giunse in Italia, Albert Camus che definisce il bel Paese “terra fatta secondo la mia anima”. Nella raccolta di saggi “Il rovescio e il diritto” lo scrittore francese parla di “piazze piene d’ombra delle piccole città italiane”, di ore meridiane “quando i colombi cercano un riparo con lentezza e pigrizia” e l’anima “consuma le proprie rivolte”. E mentre “la passione si avvia gradatamente verso le lacrime”, Camus opera una sorta di stacco teatrale, alza il sipario e annuncia: “Ecco Vicenza!”. Comincia il panegirico, tessuto sotto l’egida di una dimensione panica che coniuga e intreccia il palpitare della natura e la levità del sentire umano.
“Qui i giorni – scrive – girano su sé stessi, dal risveglio del giorno gonfio del grido delle galline fino a questa sera impareggiabile, dolce e tenera, serica dietro i cipressi e a lungo ritmata dal canto delle cicale. Il silenzio interno che mi accompagna nasce dalla corsa mite che porta il giorno a quest’altro giorno. Che posso desiderare oltre a questa stanza aperta sulla pianura, con i mobili antichi e i pizzi dell’uncinetto? Che meraviglia, ho tutto il cielo in viso”. In questa cornice, Camus può dunque respirare “la sola felicità” di cui sia capace, ovvero una coscienza attenta e amica. “Passeggio tutto il giorno – annota -. Dalla collina scendo verso Vicenza, oppure mi inoltro nella campagna. Ogni incontro, ogni odore di strada, tutto mi serve da pretesto per amare senza misura”.
Lo scrittore, stringendo la natura in un riconoscente abbraccio, ne sciorina le risorse: dal flauto aspro e tenero delle cicale, al profumo delle acque e delle stelle, fino ai sentieri odorosi fra i lentischi e le canne. “Questi – dichiara – sono tutti segni d’amore per chi è costretto a stare solo e cerca di trovare sé stesso”. Dopo l’abbagliamento delle ore piene di sole, viene la sera nello splendido scenario suscitato dall’oro del tramonto e dal nero dei cipressi. Camus – la cui passeggiata si configura, passo dopo passo, come un itinerario dell’anima – si sente ad un certo punto “oppresso da tanta ardente bellezza”.
Viene quindi il riferimento alla luce, la quale “rivestiva” cipressi e olive, case bianche e tetti rossi: questa luce andava poi a perdersi nell’”immensa pianura” di Vicenza, che “fumava al sole”. In quelle pianure vorticanti sotto il sole e nella polvere, Camus tocca con mano “una forma spoglia di quel sapore del nulla” che portava con sé, e il paesaggio vicentino finisce per condurlo al cuore di sé stesso, mettendolo di fronte alla sua angoscia segreta. La catarsi è già in divenire.
