Alcune importanti e solenni affermazioni di Camus hanno attirato gli strali di una falange di benpensanti che gli hanno contestato “un buonismo di maniera”, nel segno di una facile moralismo ammannito “a buon mercato”. Nel discorso tenuto per il conferimento del premio Nobel per la letteratura, dichiara: “Noi scrittori del XX secolo non saremo più soli. Dobbiamo sapere, al contrario, che non possiamo evadere dalla miseria comune e che la nostra giustificazione, se ne esiste una, è di parlare, secondo i nostri mezzi, per coloro che non possono farlo”.
Ispirato da uno stesso afflato, è il pensiero espresso dallo scrittore francese nell’opera “Actuelles I” in cui afferma che ogni suo testo, a cominciare dai primi articoli, è dettato dall’urgenza di non poter fare a meno di partecipare attivamente alla vita di tutti i giorni e di schierarsi dalla parte di coloro, chiunque essi siano, che vengono umiliati e avviliti. “Queste persone – sottolinea – hanno bisogno di sperare se tutto tace o se si fa loro scegliere tra due tipi di umiliazione, eccole sempre disperate, e noi con loro. Mi pare che non si possa sopportare questa idea, e colui che non può più sopportarla, non può neppure addormentarsi nella sua torre. Non per virtù, lo si vede, ma per una sorta di intolleranza quasi organica, che si prova o non si prova. Da parte mia, ne vedo molti che non la provano, ma non posso invidiare il loro sonno”.
La falange di benpensanti che hanno affisso su Camus la taccia di moralista evidentemente non conoscono alcuni passaggi e certi messaggi contenuti nella sua narrativa. Nei “Taccuini”, annota: “La morale porta all’astrazione e all’ingiustizia. Essa è madre di fanatismo e di cecità. Chi è virtuoso deve tagliare le teste”. Quindi aggiunge: “La morale taglia in due, separa, scarnifica. Bisogna fuggirla, accettare di essere giudicati senza più giudicare, e creare l’unità. Nell’attesa, agonizzare”.
Nel romanzo “La peste”, Tarrou (il personaggio che organizza le squadre di soccorso insieme al dottor Rieux e che incarna il senso della solidarietà umana contro il male) ammonisce che se si vuole “condividere troppo” l’infelicità degli uomini, non resta più spazio per la felicità personale. Non è certo egoismo il suo, ma lucido pragmatismo. E il dottor Rieux rincara la dose, affermando che nulla al mondo vale tanto da distoglierci da ciò che amiamo. In entrambi i personaggi si specchia una sfaccettature della complessa personalità di Camus: una personalità forse arcigna, talora cinica, ma sempre votata al diligente esercizio di quell’onestà etica ed intellettuale, che è il fondamento essenziale di una vera morale: ovvero quella ignota ai moralisti “a buon mercato”.
