Sebbene faccia riferimento a Kierkegard, a Jaspers e a Heidegger, Camus “non è un esistenzialista”. E’ categorico Sartre nel negare al connazionale il diritto di appartenenza alla corrente filosofica e letteraria di cui egli fu uno dei maggiori esponenti. Camus è piuttosto “un classico, un mediterraneo”. La sua è una filosofia dell’assurdo, il quale nasce per lui dal rapporto tra le esigenze ragionevoli dell’uomo e l’irrazionalità del mondo. I temi che Camus deriva da questa filosofia sono quelli del pessimismo classico. “Non esiste per me – evidenzia Sartre – un assurdo nel senso di scandalo e di delusione in cui lo intende Camus. Quello che io chiamo assurdo è qualcosa di molto diverso. E’ la contingenza universale dell’essere, che non è il fondamento del suo essere; è ciò che esiste nell’essere di ingiustificabile, di dato, di sempre originario”.
Tuttavia Camus non ha, come sostiene Sartre, “una ragione secca e contemplativa, alla francese”. Egli si distingue, invece, per la diffidenza che nutre nei riguardi del razionalismo, come si riscontra nell’”Uomo in rivolta”, in cui dichiara che l’eccesso di logica ha corrotto “i pensieri più generosi” favorendo la diffusione di spregevoli sistemi politici, tutti confluenti nel nichilismo. “Camus non vuole essere un filosofo, vuole essere un artista”. afferma lo scrittore Roger Grenier. E la sua arte assume le forme più diverse, dal romanzo al racconto, dal saggio al teatro.
Non vuole nemmeno essere considerato un romanziere. Nei suoi testi narrativi, egli concepisce personaggi “senza menzogna”, dunque non reali. Essi non sono al mondo. “Per questo motivo – tiene a precisare Camus – io non sono un romanziere nel senso in cui lo si intende, ma sono un artista che crea miti a misura della sua passione e della sua angoscia”.
La parabola, umana e letteraria, di Camus è caratterizzata da un’involuzione, espressione di un crescente pessimismo. Si parte da una sana ricerca della felicità e si giunge all’idea che, felici o non felici, non si è mai innocenti. Nel racconto “I muti”, si legge: “L’acqua profonda e chiara, il sole forte, la vita fisica, non c’era altro nella sua città”. Il giovane Camus, osserva Grenier, è diventato scrittore per ritrovare questa “comunione primitiva”, premessa essenziale per stabilire con il mondo un rapporto cordiale. Tale comunione, tuttavia, gli è stata negata: sia nella vita, sia nell’opera che desiderava scrivere. Di conseguenza, è stato portato a parlare dell’altra faccia del mondo: il male, la morte, la guerra, la violenza, l’ingiustizia. Di questo versante letale e perverso egli ha parlato con autorità, ma più questa autorità gli veniva riconosciuta, più essa gli pesava, rileva Grenier, rimarcando che nei meandri della sua narrativa si sente sempre la nostalgia del naturale e dell’innocenza.
Ne “La caduta” vibra lo sdegno per la perdita della “semplicità”, virtù che permette di ricevere con equanimità la felicità e l’infelicità. Rivestono dunque un valore di testamento spirituale le parole di Clamence, protagonista del romanzo: “Sì, pochi sono stati più naturali di me. Il mio accordo con la vita era totale, aderivo a quello che essa era per me, dall’alto al basso, senza rifiutare nessuna delle sue ironie, delle sue grandezze e delle sue servitù”.
