Strenua e accorata è la difesa, da “attacchi inconsulti”, di Carolina Invernizio imbastita da Giovanni Papini. “Amori maledetti”, “Cuore di operaio”, “Il delitto della contessa”, “Bacio di una morta” sono tra le opere principali della scrittrice, popolare autrice di romanzi di appendice tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Eppure questa popolarità non ha trovato, in quell’epoca, un corrispettivo riscontro presso la critica ufficiale, rea – a detta di Papini – di aver marginalizzato e negletto la figura della scrittrice.
Nell’elogiarne l’eredità letteraria, Papini – rivolgendosi con empito oratorio ai detrattori – afferma: “Lasciate in pace, con le vostre delicate esigenze linguaiole, la povera Invernizio, la quale scriveva, sì, come veniva, ma sempre in modo da farsi intendere, e, soprattutto, da farsi leggere”. Quindi, con acuminata ironia, osserva: “Anche lei, come il suo conterraneo Alfieri, come il suo collega Manzoni, andò giovine in Toscana per risciacquare i suoi cenci in Arno. Ma questo fiume benedetto, che tanto chiaro e splendente precipita già tra i castagni del Falterona, quando arriva a Firenze è così motoso, unto e torbo che, invece di risciacquare, insudicia. Forse perché troppi cisalpini vennero a tuffarvi i loro stracci”. Arriva poi un’altra stoccata: “E la Crusca, nel suo mediceo palazzo di via Larga, è troppo alta dama perché una disgraziata maestrina possa esserne ricevuta e soccorsa”.
Papini invita a non cercare nei libri della Invernizio “i fiorellini aperti e spampanati della lingua scelta dalla tramoggia dei vocabolari”. Infatti “di gente che scrive a forza di spogliare il Tommaseo-Bellini ce n’è anche troppa in Italia, da D’Annunzio in giù”. Come pure invita a non cercare nella scrittrice l’arte. “Del resto, chi mai oggi tiene all’arte, ad eccezione di otto o nove disperati lunatici?” si chiede Papini che solennemente dichiara: “Il popolo grosso e minuto, il popolo infallibile e sovrano, vuole e pretende omicidi, adulteri, poliziotti e svenimenti al chiaro di luna. Insomma, il popolo vuole Carolina Invernizio”. E se anche non l’ammetteranno tra i testi di lingua, che cosa importa? “Neppure Balzac e Zola ebbero il bene di sedere sotto la cupola della grande accademia di Francia” fa presente Papini. Felice è stata l’intuizione della Invernizio di scrivere romanzi per divertire il lettore. Da questa intuizione sono derivate trame intessute di avvenimenti incalzanti, di combinazioni impensate, di fantasie senza lacci in cui convergono lo splendore della virtù e la tenebra del vizio.
E nel decantare la modalità narrativa della scrittrice, Papini formula un giudizio ponderato e penetrante sul romanzo. “Oggi – lamenta – nella squallidezza di tante forme letterarie il romanzo si è ridotto ad essere il palo che deve reggere maglioli e viticci. Cominciò Rousseau col metterci la filosofia dei sentimenti; poi Scott e Manzoni ci ficcarono dentro pezzi greggi di storia politica e civile; Flaubert inserì l’archeologia, Fogazzaro l’apologetica del cristianesimo e Zola i trattati di scienza medica”. A fronte di questa “congerie”, Parini esclama con piglio perentorio che “il romanzo deve essere romanzo”, cioè narrazione di fatti curiosi: è “legittimo” solo il romanzo di avventure. I grandi narratori, come Boccaccio e Maupassant, hanno raccontato casi “funesti” o “ridicoli” e, giustamente, non sono andati oltre. Questa semplice verità è stata meritoriamente compresa e incarnata dalla Invernizio, e abbracciata dai lettori, a lei grati, perché saturi di romanzi soverchiati da orpelli insulsi, da gravami di scadente psicologia e da arcadiche austerità.
