Si deve a Francesco de Sanctis la vibrante esortazione ad occuparsi delle letterature regionali nell’ambito del processo di unità dell’Italia. Care furono, al critico irpino, le dinamiche e le implicazioni legate all’oculato uso del dialetto. Nel saggio (1879) sullo scrittore francese Emile Zola, così scrive: “Quali sono le forme di questa arte nuova? Non più categorie fisse, non più forme semplici ed eleganti. Le forme sono quali sono le cose. Le lingue dotte, le lingue comuni, trattate dall’arte e quasi esaurite, sentono anch’esse il bisogno di ritemprarsi nella lingua del popolo, più vicino alla natura, che ha passioni più vive, impressioni più immediate, e che deriva il suo linguaggio non dalle regole, ma dalle sue sensazioni”. De Sanctis quindi afferma che l’artista, dopo un’attenta e fruttuosa ricerca, si approprierà di tutto quel tesoro di immagini, di movenze, di proverbi, di sentenze, ovvero di quella “maniera viva, spigliata, rapida” che è nei dialetti.
Qualche hanno prima, nel 1874, anche Giosuè Carducci aveva affrontato la questione, tanto dibattuta all’epoca, del dialetto. Nel saggio “Critica e arte” sostiene che per rendere completa la grande storia nazionale occorre anzitutto “rifare o finire di rifare” le storie particolari “raccogliendo tutti i monumenti dei nostri comuni, ciascuno dei quali fu uno stato”. In questo contesto è urgente rivedere criticamente i diversi gradi di svolgimento delle storie delle letterature dialettali. Ognuna di esse, infatti, ha una scuola, importante e vitale.
Rivolgendosi poi con fervente slancio ai giovani, Carducci scrive: “Voi potreste andar cogliendo sulla bocca del popolo, da provincia a provincia, la parola, il motto, il fantasma che è testimonianza della storia di tanti secoli. Potreste cogliere la leggenda che da innumerevoli lustri aleggia entro le caverne preistoriche e i sepolcri etruschi”. Lo scrittore invita quindi a praticare “studi severi” in modo tale che si possano far tacere “i pettegolezzi ammuffiti delle combriccole e la letteratura delle fredde arguzie” così da far risuonare “la poesia eterna del popolo”: una poesia che, in larga parte, trae costantemente linfa dall’esuberante freschezza del dialetto.
L’esortazione alle nuove generazioni si fa poi ardente e accorata quando dichiara: “Entrate nelle biblioteche e negli archivi d’Italia, tanto frugati dagli stranieri, e sentirete alla prova come quella aria e quella solitudine – per chi frequenti col desiderio puro del conoscere, con l’amore del nome della patria – siano sane e piene; e sentirete come gli studi fatti in silenzio, con la quieta fatica di tutti i giorni, con la feconda pazienza di chi sa aspettare, rafforzino e migliorino l’ingegno e l’animo”.
