E’ dai tempi di Dante, Petrarca e Boccaccio che si punta alla “terna vincente” in letteratura. Sembra ora venuto il momento per un’altra congiuntura simile, unendo Gadda a Svevo e a Pirandello in qualità di maggiori narratori italiani del Novecento. Nel collocarlo sul podio, il critico Walter Pedullà, in un saggio, sottolinea che nella narrativa elaborata dallo scrittore milanese si consuma la simbiosi tra vita e romanzo. Gadda “ha dato in pasto la sua esistenza” alla letteratura. Dall’impatto, tuttavia, non è uscito disintegrato: al contrario, la sua figura si erge salda e imponente, e il suo linguaggio, spesso nervoso e scorbutico, racconta la caduta e insieme costruisce “la rete che salverà dall’urto mortale”.
Il narratore, prudente e avveduto, verifica in ogni momento la tenuta della sua maglia. Egli tesse una prosa fitta e nodosa che lo difende dalla paura del vuoto, e soggiorna “con tanto piacere” in periferia perché è sicuro di essere sempre al centro. Essere narratore significa per Gadda “stare immerso nella vita e insieme tenere alta la testa per respirare, guardare e capire”. E’ sempre sul punto di annegare, come fa intuire il frenetico agitarsi della mano che scrive nell’aria. E’ il corpo ad essere troppo pesante o è la sua psiche a tirarlo giù? si chiede Pedullà. Il romanzo è “la ciambella di salvataggio” con cui si tiene a galla, ed è anche la forza che lo trascina nel profondo. Pure quando è narrazione di superficie, un racconto di Gadda “travolge per la violenza della corrente”. Si sente dappertutto il grido di aiuto dell’autore e “qualche risata, magari isterica”.
Pedullà volge quindi l’attenzione sullo spumeggiante stile espressivo dello scrittore, che si ispira ad un “inesauribile saccheggio” di lingue e di dialetti per cercare di “tappare i buchi” della conoscenza. “Una sua goccia di prosa – osserva – può essere più dissetante di un romanzo-fiume. La parola gaddiana è sempre al limite. Sconfina, rapina e rientra nei propri territori dopo averli estesi”. E anche il dialetto, da lui definito “delinquenza semantica”, torna a fare orchestra nella lingua italiana: Gadda ha infatti messo in musica il lombardo, il veneto, il romanesco e il napoletano. Pur essendo un prosatore aristocratico, è “egalitario” in fatto di lingua perché è ben consapevole che ogni lingua può condurre al capolavoro. Certo, bisogna saper scrivere quello che si deve scrivere in quel preciso momento.
Al riguardo, Gadda dà un consiglio: bisogna tenersi pronti con ogni linguaggio per usare quello che serve. Quante parole “intelligenti” diventano “cretine” – afferma Pedullà mutuando tali definizioni dal conio di Gadda – nel mutamento di prospettiva storica, culturale e politica. Se vengono sorrette con la sintassi adatta, allora sprizzano intelligenza anche i termini “più imbecilli”. In sostanza, tocca stare all’erta con le parole, perché improvvisamente esse possono diventare impronunciabili. E così ogni giorno il vero scrittore è chiamato ad assolvere una nobile missione, che consiste nel valutare se una parola può essere detta.
