Morì nel pieno dell’estate, Grazia Deledda, il 15 agosto 1936. L’ultima raccolta di novelle fu pubblicata nel 1933 e s’intitola “Sole d’estate”. Un filo simbolico lega e suggella, dunque, il destino – umano e letterario – del premio Nobel, nel segno di una stagione i cui umori e sapori hanno pervaso e innervato le sue opere. E dall’estate al mare, il passaggio è obbligato. Quel mare che viene sublimato, perché fregiato di una dignità d’arte attraverso una precisa e feconda funzione simbolica.
Nella novella intitolata “Bonaccia”, che apre la raccolta, la scrittrice sarda stabilisce un illuminante parallelismo tra la distesa marina e la povertà. “Anche le burrasche sono buone per i poveri – osserva -. Il mare, come un padre rabbioso che impone alla serva di fare una buona pulizia della casa, rigetta tutti i detriti che non gli garbano”. Questi rifiuti formano “la ricchezza dei poveretti della spiaggia”.
Nella novella s’impone la figura del singor Milio, antico proprietario di un piccolo cantiere, il quale ha l’abitudine di percorrere il lungo lido in tutta la sua estensione con in mano un “misterioso” sacchetto, “bianco come la fodera di un guanciale”. E come un guanciale, la fodera si gonfia di “bitorzoli duri” che sembrano davvero batuffoli di lana schiacciata. Ognuno di questi bitorzoli è costato un “ripiegamento” della dolorante schiena del signor Milio cui, comunque, il mae assicura i suoi benefici effetti. Grazie infatti all’”aria freschina” che spira dall’acqua, il suo viso, dapprima congestionato per la fatica, riacquista un colorito sano, e le sue gambe, “incerte” come quelle di un bambino che comincia a camminare, si sentono ora più salde e più toniche.
Ritornano, dunque, amici il mare e il signor Milio, dopo la burrasca cui è seguita la bonaccia. Ma il passaggio non è solo meteorologico e naturalistico: è anche, e soprattutto, pregno di simbolismo psicologico. Durante l’infuriare delle acque, il vecchio Milio si era ubriacato. Adesso che il mare è tornato piatto, egli si ripromette di “non bere più” e di “rimettersi a lavorare sul serio”. Il mare è diventato la sua coscienza, il suo riferimento d’elezione cui attingere saggezza per seguire senza tentennamenti e deviazioni, la retta via. Certo il cammino di “redenzione” sarà lungo. Ci vorrà tempo, sottolinea la Deledda, prima che egli possa “ricostruire la sua fortuna di un tempo”. Per il momento Milio continua a raccogliere – fra le alghe, i granchi morti, gli ossi di seppia e i barattoli arrugginiti – i suoi pezzetti di legno nero, che sono schegge di navi e di barche naufragate, fossilizzati da sale e ottimi per alimentare il fuoco nei giorni gelidi.
Si dice – evidenzia la scrittrice – che le vere ricchezze del mare se le prendano i pescatori con le barche a vela e con la sciabica. Pescatori venuti da lontano con la loro barca “biblica” di vari colori, dal rosso al nero all’azzurro. A forza di stare a contatto con il mare, i loro occhi hanno perso la trasparenza liquida di certi pesci. E la loro pelle, aspra di salsedine, ha assunto il colore delle triglie. La simbiosi tra questi pescatori e il mare è completa, tanto che intorno a loro tutto sa di frutta e di erbe marine.
Tuttavia il mare – ammonisce la Deledda – non dimentica mai chi è nell’indigenza. Come quella vecchietta – quasi centenaria e minata da un male il cui nome nessuno osa pronunciare – che invece di andare all’ospizio, preferisce passare le sue giornate raccogliendo sterpi sull’arenile. Sterpi che il mare, in virtù dei suoi sussulti e dei suoi tumulti, porta sulla battigia: essi saranno “utilissimi” per accendere il fuoco nelle inclementi sere invernali.
Nel frattempo Milio, sulla riva, scruta l’orizzonte e pensa che finché c’è il sole è come se esistesse sulla terra “una persona il cui affetto ci riscalda il cuore”. E’ catartica, alla fine, l’influenza esercitata dal mare su di lui, che vive in uno stambugio dove c’è spazio solo per una stuoia, una coperta e un fornello di pietra. Grazie alla rassicurante compagnia del mare, il signor Milio pensa di riconoscere nelle dimesse fogge dello stambugio le opulenti sembianze di una reggia. “Contentus parvo”, chioserebbe il poeta Orazio.
