Alla base della teoria del romanzo elaborata dallo scrittore statunitense, naturalizzato britannico, Henry James c’è il concetto della fondamentale interdipendenza tra l’autore e la sua cultura. Tale impostazione è forgiata, in larga misura, dall’esperienza stessa di James, in qualità di scrittore alla ricerca di soggetti e contenuti non nella sua terra natia, ma all’estero. In forza di questa esperienza, si rafforzò in lui la convinzione che le culture differiscono radicalmente in ciò che hanno da offrire per l’uso e consumo dell’immaginazione di ogni scrittore.
La prediletta cultura europea, secondo lui, manifestava “una struttura sociale più densa e coesa” e un grado di civilizzazione più complesso e maturo rispetto alle altre culture, tra cui quella americana, le quali potevano proporre solo “una minore merce e di più bassa qualità”. James soleva dire che “l’arte fiorisce soltanto laddove il terreno è fertile”. Di conseguenza, la sua predilezione per la cultura europea lo portava a considerare “fortunati” due scrittori da lui particolarmente ammirati, Balzac e Turgenev: una fortuna dovuta, appunto, al fatto di potere produrre arte in un contesto, come quello della Francia e della Russia, perfettamente idoneo alla semina e al raccolto”.
Nel saggio intitolato “The Art of Fiction” (1884), James dichiara che il romanzo rappresenta “una personale, diretta impressione della vita”. C’è una parola, in questa affermazione – osserva il critico James Miller – che non è certo scelta a caso. Infatti, nel vocabolario dello scrittore, oltre a “coscienza”, l’altra parola che riveste la massima importanza è “impressione”. Per James la vita è “inclusione e confusione”, nonché “una fitta giungla”. In questo intricato scenario è cruciale il ruolo svolto dall’impressione: lo scrittore, degno di questo nome, saprà ricavare da essa, dopo averla adeguatamente valorizzata, il giusto materiale per comporre un romanzo. L’impressione viene dunque a configurarsi come un “magazzino” dove poi attingerà la coscienza, chiamata – nel segno di una lucida analisi – a vagliare i diversi dati registrati in funzione dell’ultima e decisiva tappa di questo processo, ovvero la creazione, da parte dell’autore, di una sua visione del mondo.
James afferma che la finzione, alla radice della genesi di un’opera, è come “una casa dalle mille finestre”. Da ciascuna di esse il singolo scrittore ha l’agio di scrutare il mondo. Non esiste “una singola realtà”, perché la vita è “un continuo fluire”. A dimostrazione di questo assunto, diretto a rimarcare la dimensione della soggettività, James rincara la dose sottolineando che se due scrittori si affacciassero dalla stessa finestra, della realtà circostante e dell’orizzonte avrebbero due visioni diverse, e diversi sarebbero i loro futuri romanzi.
C’è un’altra immagine cara a James che ben illustra la sua idea di processo creativo: quella del “calderone in fermento”, dove vanno a confluire i frammenti dell’esperienza, i germi di un’intuizione, le percezioni più sottili, le osservazioni casuali. In questo calderone si immerge la fantasia dello scrittore che, compiendo “un atto di alchimia”, confezionerà un prodotto nuovo a partire da elementi vecchi. Il liquido contenuto nel calderone sarà portato a saturazione, e chi tra gli scrittori avrà “la mano felice” sarà capace di realizzare “una fusione dal sapore eccellente”.
