Trascorse la sua vita all’ombra di uno degli autori più celebri e celebrati dell’Ottocento francese, Alexandre Dumas (padre) e, alla sua morte, divenne una mera nota a piè di pagina nella storia della letteratura. In sostanza, un passaggio dall’oblio parziale all’oblio totale. Auguste Maquet non conobbe, dunque, gli onori della ribalta, e la sorte, con i suoi sinuosi e meandrici percorsi, si è beffardamente accanita su di lui.
Basti pensare che senza Maquet il romanzo “Il conte di Montecristo” non avrebbe visto la luce. Non è un’esagerazione. Perché Dumas – a parte la sua inconfondibile penna e il suo genio nel costruire trame articolate e avvincenti – aveva poca dimestichezza con la ricerca e il vaglio dei documenti che servivano da fondamentale base per l’opera. Su questo versante, invece, era ben versato Maquet, il quale poteva anche vantare una scrittura brillante e seducente. Egli aveva una vastissima conoscenza del materiale da cui trarre storie e avventure, una vera manna per Dumas che, quando lo conobbe, non se lo fece scappare, fino a stabilire una proficua intesa di lavoro destinata a sfornare altre opere di prestigio, tra le quali “I tre moschettieri”.
Dumas era pigro, e non sopportava di stare seduto a scrivere tante ore (l’esatto contrario di Balzac). Ecco allora irrompere Maquet per vergare robusti capitoli de “Il conte di Montecristo”. Corre voce che Dumas, nel leggerli, era sempre tentato di fare una correzione (anche più di una) come per pretenderne la completa paternità. Ma gli riusciva molto difficile: erano scritti proprio bene, e pure nella vena del miglior Dumas! Una collaborazione così, che correva sul filo del rasoio, non poteva durare a lungo. E il rasoio finì per procurare una ferita fra i due, destinata a non rimarginarsi.
Tra Dumas e Maquet – in merito alla gestione delle opere che andavano componendo – cominciarono a verificarsi ruvidi alterchi, cui seguirono numerosi processi, intentati da Maquet per rivendicare i diritti sulle opere. Tra il 20 e il 21 gennaio del 1858 era persino giunto ad accusare Dumas presso il Tribunale Civile della Senna. Alla fine del faticoso, e triste, iter processuale, Maquet ottenne un rimborso di 145.200 franchi. Tuttavia perdette ogni diritto sulle opere scritte con Dumas.
Maquet aveva condotto gli studi presso il liceo Carlo Magno di Parigi, dove aveva conosciuto Gérald de Nerval e Théophile Gautier, ovvero due tra i maggiori autori del Romanticismo francese. Sarebbe potuto diventare uno stimato (e ben stipendiato) docente di Lettere in un contesto di sicura rinomanza. Fece invece una scelta diversa, allo scopo di imporsi sulla scena del mondo come scrittore. Non fu fortunato. I suoi meriti non ebbero il riconoscimento dovuto, e il suo legittimo obiettivo, a lungo coltivato sfumò: quell’ambita scena non la calcò e, al contrario, finì relegato, e dimenticato, dietro le quinte. E la fama arrise nel tempo non solo a Dumas, ma anche a Edmondo Dantès e all’abate Faria, rimasti indelebili nell’immaginario collettivo, che lui aveva, segretamente, contribuito a forgiare e a perfezionare.
