La parabola letteraria di Manzoni si svolge sotto il segno di un doppio rovello: l’ansia di una verità assoluta della quale farsi paladino e la consapevolezza della resistenza che la realtà empirica frappone al disegno di illuminare criticamente il dato oggettivo e quindi orientarlo verso un fine di progresso. Di conseguenza – rileva in un saggio il critico Vittorio Spinazzola – l’elemento politico viene a costituire il centro focale della ponderata e talora macerata riflessione dello scrittore, vissuto nel tumulto di un’epoca che vide il cesarismo napoleonico raccogliere l’eredità della Rivoluzione francese, poi il ritorno reazionario della Restaurazione e infine l’affermarsi delle idealità di un nuovo ordinamento delle nazioni.
Le maggiori prove manzoniane nascono da una partecipazione, sentita e organica, al dinamismo culturale che accompagnava l’ascesa della civiltà borghese italiana, cui Milano offriva la sede operativa più avanzata. Il progetto intellettuale di Manzoni consisteva nell’inverare i principi del liberalismo democratico alla luce di un integralismo evangelico che avrebbe messo in grado la nuova classe dirigente di assumere una rappresentanza adeguata degli interessi generali, sottraendo i ceti popolari ad una esecrabile condizione di abbandono e facendone uno strumento attivo della propria egemonia.
“E’ questo – sottolinea Spinazzola – il punto di impegno più alto che esemplarmente si esprime nella compagine dei ‘Promessi sposi’. Un’apertura prospettica di così vasta portata si fondava sulla rimeditazione non solo delle recenti vicende d’Italia, ma dell’intero corso della moderna civiltà europea”. Ne derivava, da un lato, un’intensa forza di impatto sulla situazione oppressiva succeduta al Congresso di Vienne; dall’altro, si affermava “un volontarismo etico” che non poteva sfuggire all’”acuta scepsi” dello scrittore e che, per contrappasso, ne alimentava lo smagato e disilluso spirito di cautela, avvalorando la riflessione pessimistica sul disordine perenne dell’esistenza terrena.
A questa prospettiva si lega l’inquietudine che percorre le pagine del romanzo. L’approdo consisterà nella rinuncia a intervenire nel proprio tempo, attraverso le forme della creazione artistica, e nel ripiegarsi in un “ascetismo assorto”, estrema risorsa di fronte al mistero doloroso in cui consiste la vita. In questo scenario svolge un ruolo significativo la conversione di Manzoni, sulle cui modalità egli mantenne sempre il più geloso riserbo. “Certo è – sottolinea il critico – che essa ebbe luogo sotto l’influenza del rigorismo morale e delle aspirazioni riformatrici tipiche del giansenismo, cui si richiamavano i due ecclesiastici assunti dallo scrittore a guide spirituali: prima l’abate Eugenio Degola, poi il canonico Luigi Tosi”. Così il ritorno alla fede implicò non l’abbandono ma piuttosto il recupero del suo “democraticismo”, nell’assunzione di una nuova consapevolezza del comune destino fra le creature umane. Da quest’ottica deriva l’attenzione rivolta alle vicende storiche, concepite non tanto come “l’arena” in cui sfilano e si pavoneggiano i personaggi illustri, ma come il luogo dei travagli oscuri di un’umanità senza nome.
L’adesione al messaggio evangelico corroborò la concezione desunta dalla tradizione educativa della cultura lombarda settecentesca: l’arte non è vano trastullo di letterati, ma costituisce una missione di alta responsabilità che mette lo scrittore di fronte alle verità, anche quelle esigenti e scomode, della vita. E’ su questo crinale che si colloca la mirata e paziente ricerca, da parte di Manzoni, di “una lingua convenuta tra chi scrive e chi legge”, nel segno di una precisa istanza etica che assorbe in sé e al contempo sublima la pur legittima dimensione divulgativa. Nel “Fermo e Lucia” era dato di riscontrare, a detrimento dell’equilibrio sintattico e narrativo, la presenza di forme di stile auliche contrapposte, troppo bruscamente, ai modi del parlato corrente e del fraseggio dialettale. Quell’equilibrio, tanto agognato, sarà raggiunto nei “Promessi sposi” grazie alla scelta del fiorentino quale modulo linguistico per eccellenza, perché espressione della freschezza semplice della conversazione quotidiana, esente da affettazioni e da declinazioni vernacole: dunque un idioma calzante e funzionale, che l’intera comunità può fare suo.
